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Vento in testa (4 di 4)

Roberta incominciava a lavorare più o meno alla nove e mezza di ogni sera, per cui a lui sarebbe bastato arrivare in zona alle nove ed aspettare.
Quando entrò nello spiazzo poco dopo le nove e mezza lei come al solito sorrise e si avvicinò alla macchina per salire.
“Ciao…”
“Ciao!”
“Oggi…. Ti volevo… cioè mi piacerebbe…. Tutta la notte…. Cinquecento euro vanno bene?”
“Per tutta la notte io prendo seicento e devi pagare il motel….”
“OK, va bene…”
“La vedi l’insegna del motel la davanti? Andiamo li. Quando arrivi devi dire che hai compagnia ma non vuoi farlo sapere in giro”
Nel breve tragitto verso il motel era passato dall’ansia per quello che stava per fare, ai dubbi sulla decisione presa, alla paura perché stava per passare una intera notte con Roberta e questo comportava nudità completa, dormire, e risveglio insieme la mattina successiva. Ma ormai era in ballo e bisognava ballare.
L’uomo al banco della reception aveva una faccia che non avrebbe sfigurato tra le foto segnaletiche dei cento più pericolosi ricercati dalla DIGOS, dettaglio che non aiutava a ben predisporsi all’imminente amplesso, solo che ormai era in ballo…
“Buonasera…. Vorrei una camera doppia, tutta la notte…. Sono in compagnia ma non voglio farlo sapere in giro…”
L’altro si limitò ad annuire e a dire “Allora sono cento euro”
Bisognava ballare: cento euro per una notte in motel erano una rapina, ma era chiaro che comprendevano il silenzio di quell’uomo.
Appena arrivati in stanza Roberta buttò il giubbino su una sedia e si diresse verso il bagno.
“Io mi faccio una doccia” .
Aveva lasciato la porta aperta e da li aveva lanciato fuori un po’ di vestiti che li, ammassati sul pavimento della stanza, gli ricordavano certi lavori con la stoffa e la carta che gli facevano fare a scuola nell’ora di educazione artistica. Poi si era sentito il rumore della doccia.
Lui aprì il frigobar, prese una lattina di birra e si sdraiò sul letto. Aspettava e pensava a come affrontare l’argomento: meglio andare direttamente al sodo o girarci intorno? Meglio dire quello che voleva o cercare prima di capire quali erano i suoi desideri?
Dopo un tempo infinito Roberta uscì dal bagno coperta dal telo di spugna, il corpo ancora coperto da gocce di acqua. La sua bocca disegnava un sorriso, ma gli occhi non collaboravano per cui l’effetto finale era l’esatto contrario di un’espressione felice.
“Pensavo saresti entrato in doccia con me”
“Mah… farsi la doccia in due prevede il toccarsi, l’accarezzarsi e il baciarsi. Altrimenti non ha molto senso”
“No, pensavo che avresti voluto guardare”
“E’ una cosa un po’ da pervertiti, non pensi?”
“A qualcuno piace…”
A qualcuno piace… con quanti uomini prima di lui era stata in quella stanza di Motel per sapere questa cosa? Una fitta di gelosia gli fece avvampare la faccia e fischiare le orecchie. Anche tra mille anni, pensò, ogni volta che Roberta avesse fatto un’allusione alle preferenze sessuali degli uomini si sarebbe ricordato di avere a che fare con una prostituta. Si chiese se sarebbe mai riuscito a sopportarlo.
Intanto Roberta era salita sui letto dalla parte dei piedi e gli si stava avvicinando con ancora sul volto il sorriso senza felicità.
“Se tu potessi scegliere, quale lavoro vorresti fare?”
Aveva posto la domanda con un tono secco, mettendole una mano sulla spalla per fermare la sua avanzata. Lei ricadde su un fianco lasciando che l’asciugamano si sciogliesse scoprendo uno dei suoi piccoli seni.
“Non so… mi piacciono i vestiti… penso che lavorerei in un negozio di vestiti”
Lavorare in un negozio, non avere un negozio. Era tutta qui dunque l’ambizione lavorativa di Roberta? Commessa in un negozio di abbigliamento? Era deluso, ma forse aveva posto male la domanda.
“Voglio dire… se tu non avessi problemi economici, di casa e tutto il resto… cosa vorresti fare? Magari tornare a studiare? Prendere un diploma? Fare una scuola di musica e imparare a suonare la chitarra?”
Roberta adesso non cercava nemmeno di sorridere con la bocca, aveva un’espressione curiosa sul volto. A metà tra lo spaventato e l’arrabbiato.
“Io faccio questo lavoro, è difficile per me pensare ad un altro futuro”
In quel programma che raccontava la storia della prostituta avevano spiegato che quelle donne devono pagare un debito al loro protettore, il denaro necessario a farle venire in Italia, a tenerle protette in strada.
“Quanti soldi devi al tuo protettore?”
La domanda gli sembrava legittima, ma Roberta non doveva pensarla allo stesso modo perché adesso si era decisamente rabbuiata.
“Non voglio parlare di questo”
“Scusami, non volevo… ma forse posso aiutarti a pagare…”
“Venticinquemila…. Più o meno devo dare ancora venticinquemila euro”
Venticinquemila euro. Era una bella somma, ma lui lavorava all’ufficio prestiti e non avrebbe avuto problemi a farsi prestare dalla banca anche il doppio.
“Ascoltami… quei soldi te li posso dare io, voglio aiutarti”
Adesso Roberta sembrava decisamente atterrita, e anche lui incominciava a sentir montare una sensazione di panico che gli mozzava il fiato in gola.
Allora le raccontò di Giulia, della sua illusione di poterla avere come compagna, di come lei invece lo volesse solo come amico. Le raccontò di quella sera che l’aveva caricata per la prima volta, di quello che aveva visto nei suoi occhi, di come cercasse una donna che lo salvasse e di come avesse bisogno di salvare una donna.
Lo fece in modo confuso, andando avanti e indietro nel tempo del racconto e sovrapponendo le cose. E lo fece senza mai guardarla in faccia.
Alla fine quando ebbe il coraggio di guardarla ancora, vide che adesso aveva gli occhi umidi. Ancora non sorrideva ma ora sembrava commossa.
“Tu faresti questo per me? Pagheresti il mio debito e mi sposeresti?”
Da qualche parte, nel suo discorso sconclusionato, doveva averci infilato il matrimonio come possibile opzione.
“Si, lo farei…”
“Oh, si…” e mentre lo diceva lo abbracciò.
Quella notte ebbe la certezza di aver fatto per la prima volta l’amore con Roberta. Non si erano baciati ma aveva avvertito in lei una morbidezza nuova, nel suo ansimare piano un vero piacere.
Un attimo prima di addormentarsi al suo fianco si sentì a posto con se stesso e con la sua coscienza.
Sarebbe andato tutto bene.

Quando si svegliò il mattino dopo Roberta se n’era andata.
Gli ci volle poco per capirlo: i vestiti sul pavimento e la borsetta sul tavolo erano spariti, di lei non restava nemmeno l’impronta nel cuscino. Solo un asciugamano usato e lasciato per terra raccontava che in quella stanza c’era stata un’altra persona.
Poco meno di un’ora dopo anche lui era fuori dal motel. Mentre si lavava e si rivestiva non aveva pensato a niente, non era riuscito a concentrarsi su un solo concetto, nella sua testa soffiava il vento forte che spazzava via tutti i pensieri prima che riuscissero a formarsi. Aveva guidato senza prestare attenzione a niente ed era arrivato meccanicamente fino in ufficio. Si era seduto alla sua scrivania e aveva preso a fissare il monitor vuoto.
Probabilmente in qualunque ufficio, a qualsiasi latitudine e praticamente in ogni contesto sociale, arrivare al lavoro con gli stessi vestiti del giorno prima significa comunicare in modo non verbale che si era trascorsa una notte divertente e non programmata fuori di casa. Con gli stagisti (e le stagiste) capitava spesso dando il via ad un fiorire di pettegolezzi su chi aveva passato la notte con chi.
Davanti al computer spento l’ultima cosa di cui si stava preoccupando erano i pettegolezzi dei colleghi. Davanti al computer spento osservava solo il suo riflesso opaco nel monitor e ascoltava il vento nella sua testa. Alla bocca dello stomaco avvertiva una sensazione fisica come quando sei sulle montagne russe e stai per iniziare una discesa in picchiata.
Nei momenti in cui il vento si placava abbastanza da fargli formulare dei pensieri si domandava perché Roberta se ne fosse andata.
Perché doveva tornare dal suo protettore per evitare guai peggiori. Se non l’avesse trovata nello spiazzo la sarebbe venuta a cercare in quel motel e sarebbero stati guai per entrambi.
Ecco perché l’aveva fatto.
In quel modo aveva protetto non solo se stessa ma anche lui.
Si sarebbero rivisti quella sera e si sarebbero accordati su come fuggire insieme senza lasciare tracce.
Certo che avrebbe anche potuto lasciargli un biglietto.
Però forse non sa scrivere, forse in Macedonia usano il cirillico e non conosce il nostro alfabeto.
E allora perché non l’aveva svegliato?
Poi il vento rincominciava a spazzare via i pensieri.
Rimase per tutto il tempo seduto davanti al computer. Ad un certo punto evidentemente lo aveva acceso e aveva incominciato ad inserire dei dati nei fogli di Excel. Aveva anche risposto a qualche chiamata interna ma per lo più era rimasto seduto ad ascoltare il vento in testa.
Poi, a sera, era uscito dall’ufficio e aveva incominciato a vagare per le strade senza una meta precisa. A pranzo non aveva voluto mangiare e adesso, che invece avrebbe voluto, l’ansia dell’attesa gli chiudeva la bocca dello stomaco e la prospettiva di chiarire ogni cosa con Roberta gli suggeriva di rimandare la cena ad un dopo indefinibile nel tempo e nello spazio. Magari potevano cenare insieme per festeggiare l’inizio della loro convivenza.
Perché Roberta sarebbe venuta via con lui, ne era certo. Sarebbe bastato riorganizzare il suo armadio e spazio per lei ce n’era sufficienza.
Però era scappata mentre lui dormiva.
Perché era scappata in quel modo?
In mezzo al vento nella sua testa alcune immagini come fotogrammi di un film diventavano sempre più nitide e insistenti.
La faccia da ricercato dell’uomo del motel, il sorriso senza allegria di Roberta, lo sguardo stranito quando le aveva chiesto di venire via con lui.
Ma poi aveva detto si.
Quello sguardo stranito, quel sorriso senza felicità.
“Devi dire che sei in compagnia ma non vuoi farlo sapere in giro”.
La faccia da ricercato dell’uomo del motel.
Il respiro ansimante mentre facevano l’amore.
Aveva detto si.
Lo sguardo, la faccia, “devi dire”, il respiro.
La stanza vuota la mattina dopo.
Aveva detto…
Nessuno biglietto…
Poteva svegliarmi…

Il volto di Giulia.

Accostò in una piazzola dell’autostrada.
Giulia…
Roberta, come Giulia, era solo nella sua testa.
Non sarebbe venuta da nessuna parte, non con lui se non altro.
Roberta era una prostituta che in cambio di soldi gli aveva raccontato quello che voleva sentirsi raccontare.
Niente era reale in quel rapporto.
Non la sera prima, non tutte le storie che gli aveva raccontato.
Non l’ansimare ritmato.
Non la morbidezza del suo corpo
Il cellulare gli vibrò nella tasca interna della giacca.
Lo prese automaticamente, era un messaggio di Giulia.
Si accorse solo in quel momento che ne aveva mandati parecchi durante il giorno e gli ultimi erano un po’ allarmati.
Senza pensarci la chiamò.
“Pronto… ma che fine avevi fatto? È tutto il giorno che ti cerco….”
“Giulia io….” La sua voce sapeva di pianto, anche se non gli era scesa una lacrima.
“Mioddio ma che voce hai, che cosa è successo?”
Le raccontò tutto. Di lei, delle sue illusioni, del vento nella testa, di Roberta.
Le raccontò tutto mentre guidava verso casa senza far troppo caso alla strada.
Le raccontò tutto mentre si sdraiava nel suo letto.
Le raccontò tutto con la voce rotta dalla voglia di piangere senza riuscirci.
Giulia ascoltava e ogni tanto rispondeva.
Andarono avanti finché il suo cellulare non fu completamente scarico.
Poi si addormentò.

Il mattino dopo si svegliò pensando alla cena
Indubbiamente prima ancora del bisogno di andare in bagno, della colazione e della giornata lavorativa che lo aspettava, si era domandato “cosa mi faccio per cena?”.
Poi andò in bagno, quindi in cucina e mentre aspettava il caffè prese dal congelatore una costata.

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Vento in testa (3 di 4)

Quando la vide per un attimo le sembrò Roberta, ma solo per un attimo. Poi iniziò ad entrare nel panico: cosa ci faceva Giulia fuori dall’ufficio, appoggiata ad un palo, ad aspettarlo?
“Ciao”
“…”
“Beh? Non mi inviti a prendere qualcosa al bar? Ce n’è uno giusto li all’angolo che mi sembra carino.”
“…”
“Allora andiamo?”
Giulia lo stava guardando sorridendo, se non altro, non era arrabbiata con lui, per cui si mise a camminare in silenzio al suo fianco.
“Vedo che ancora la voglia di parlare non ti è tornata”
“Cosa ci fai qui?”
“Ho pensato che se la montagna non va a Maometto, Maometto va alla montagna… sono settimane che ti comporti da stronzo e visto che sospetto sia per causa mia ho voluto venire qui a chiarire le cose”
Ecco perché gli piaceva tanto Giulia.
Perché lei lo capiva. Non c’era bisogno di tante parole. Lei lo capiva.
“Cosa ti fa pensare che sia per causa tua?” Il bluff andava per lo meno tentato.
“Perché un po’ di tempo fa quando è saltato fuori che ho il ragazzo ci sei rimasto male. Non fare quella faccia… mi ero allontanata per rispondere al telefono, qualcuna ha commentato che era il mio ragazzo e quando qualcun’altra ha confermato la cosa hai fatto una faccia atterrita. Ti hanno visto e me lo sono venute a dire. Lo sai come siamo fatte noi donne.”
“Era il tuo ragazzo?”
“No, era mia cognata che mi chiamava per dirmi che divento zia”
“Ma tu ce l’hai un ragazzo?”
“Cielo, allora è proprio questo”
Non era una domanda. Non si doveva nemmeno rispondere.
“Si, esco con uno da un po’ di tempo e le cose stanno andando bene. E’ una bella persona e io sono contenta”
“Sei innamorata?”
“In realtà quello che dobbiamo chiarire è quello che tu provi per me.”
“È una storia lunga…”
“Va bene, ho tempo per ascoltarla.”
“Ecco io… Non lo so quello che provo per te.”
“Mi sembra evidente, visto che non hai mai fatto niente per farmi sapere che eri interessato a me.”
“Ma se hai appena detto che mi comporto da stronzo per causa tua”
“Si, te l’ho detto. Perché ho visto come mi guardi. E poi tutte le volte che cerchi di passare più tempo possibile con me e i complimenti che mi fai… Ma a parte questo non mi hai mai veramente corteggiata.”
“Non è semplice. Io… io penso che tu sia bellissima e intelligente e spiritosa e hai tante cose che mi affascinano… è che io… non lo so…”
Non riusciva a mettere insieme un frase coerente. Quella era forse l’unica occasione che avrebbe mai avuto per chiarire le cose con Giulia e tutto quello che riusciva a fare era balbettare.
“Questa è la più bella dichiarazione d’amore di tutti i tempi. Adesso lascio il mio ragazzo con un messaggio e mi metto subito con te.”
“Ti sembra il caso di prendermi per il culo?”
“Non ti voglio prendere per il culo, voglio dirti che se ti interessa una donna e ti comporti in questo modo, non riuscirai mai a conquistarne nessuna. Noi donne abbiamo bisogno di sentirci corteggiate, ammirate. Vogliamo sentirci il centro dell’universo. Se non altro del piccolo universo che riguarda noi e il nostro uomo.”
“Se tu mi conoscessi abbastanza capiresti perché faccio così”
“Può darsi, però vedi… ci conosciamo da poco più di un anno e tu per me sei un amico. Anche se in realtà non so nemmeno se siamo amici, perché tutte le volte che siamo finiti a parlare delle nostre cose personali, solo io ti ho fatto delle confidenze. Tu hai tirato su un bel muro”
Ecco. Questo era vero. Non aveva mai voluto lasciarsi troppo andare con Giulia perché non voleva diventare un amico. Non perché non fosse interessato alla sua amicizia, ma perché era convinto che “la regola dell’amico” fosse infallibile. Se fosse entrato troppo in intimità con lei, pensava, avrebbe finito per considerarlo alla stregua di un fratello e per lui non ci sarebbero state speranze. Allora aveva giocato la carta dell’uomo misterioso.
Questa strategia, adesso lo capiva, aveva finito per portarlo proprio nel ruolo da cui aveva ostinatamente cercato di stare alla larga.
“Senti, se tu hai bisogno di parlare, basta che me lo dici e ci vediamo. Fuori dal corso o quando ti pare, ci prendiamo una birra insieme. Io ci sono. Mi ero accorta che non ti sono indifferente e anche io ti voglio bene. Veramente. Ma come amico. Tu sei una bella persona e lo penso sul serio. Sei interessante perché hai un sacco di interessi, sei divertente, sei un gran affabulatore. Mi hai fatto ridere più di una volta, ti sei sempre preoccupato e mi sei stato accanto nei momenti in cui ero giù. Sei un amico su cui contare e questa cosa non vorrei perderla. Però con te non è mai scattato nulla, non ho mai provato nessuna sensazione particolare. Per cui non stare a tormentarti chiedendoti se tra e me e Claudio le cose vanno bene o male o a sperare che vadano male. Comunque andranno io in te vedrò sempre un amico e vorrei che fosse così anche per te.”
Era questa, dunque, la situazione.
Lui era importante per Giulia. Abbastanza, se non altro, da farle attraversare mezza città per incontrarlo a sorpresa.
Ma evidentemente non abbastanza da farlo preferire a Claudio.
E chi cazzo era questo Claudio?
Quella notte davanti al computer stava osservando le sue fotografie.
Scoprire chi fosse non era stato particolarmente complicato: sul profilo facebook di Giulia ce n’era uno solo e compariva con lei in un sacco di foto. Ed era un figo da paura.
Era abbronzato e sorridente.
Sorridente nella sua camicia bianca, sorridente con in mano un cocktail, sorridente ad una tavolata al ristorante, sorridente in tuta da sci su una montagna innevata, sorridente in costume da bagno sulla spiaggia, sorridente con il suo fisico che si vedeva che non andava in palestra ma solo perché non ne aveva bisogno. Mai un capello fuori posto.
Con uno così aveva già perso in partenza, perché lui era tutto fuorché un figo da paura.
Ma lo sapeva che si stava prendendo in giro.
La figaggine non c’entrava niente con le scelte di Giulia.
Quello che quelle foto rimandavano non era solo l’immagine di un uomo abbronzato, sorridente e modaiolo.
Erano le immagini di un uomo sicuro di se, allegro, aperto, solare.
Giulia poteva anche dire che lui si trincerava dietro ad un muro quando si cercava di andare su discorsi personali. La verità era che di se le aveva offerto quasi sempre una versione musona e insicura. Gli venne in mente di quella volta che erano stati in macchina a parlare delle loro storie passate ed ora quello che aveva detto suonava alle sue stesse orecchie come le frasi di un uomo perennemente scontento, alla ricerca di qualcosa che non era in grado nemmeno lui di definire.
Era così? Se gli avessero chiesto cosa cercava in una donna non avrebbe saputo rispondere?
Certo che avrebbe saputo rispondere. Ma in quel momento e forse per la prima volta si rese conto che quello che veramente cercava in una donna, in realtà non lo voleva.
Cercava una donna che si prendesse cura di lui, delle sue fantasie, dei suoi mille progetti irrealizzabili, che lo sostenesse. In altre parole cercava una mamma.
Ma le donne che lo affascinavano, quelle che veramente notava, si dividevano in due categorie: quelle forti e sicure di se e le damigelle da salvare. Ma le donne forti e sicure difficilmente desideravano un uomo a cui fare da madri, mentre le damigelle in pericolo, per loro stessa definizione, avevano bisogno di essere protette.
Non gli restavano che due alternative: o si accontentava di una donna qualsiasi purché lo accettasse, oppure si rassegnava a rimanere solo.
Solo un istante prima d addormentarsi gli venne in mente che c’era una terza via: provare a diventare il tipo di persona che nelle fotografie su facebook sorride abbronzato e sicuro di se. Ma quella via, lo capì anche nel torpore dell’addormentamento, non era alla sua portata.
Nelle settimane successive quello che successe fu: Giulia, dopo essersi proclamata sua devota stalker, incominciò a tempestarlo di messaggi sul cellulare; in ufficio incominciarono a circolare voci su lui che ci aveva provato con Annalisa ed era stato sdegnosamente respinto; aveva incominciato ad andare con Roberta praticamente un giorno si ed uno no.
Giulia stava dimostrando di tenere veramente alla sua amicizia. I messaggini e l’atteggiamento allegro che teneva tutte le volte che si incontravano ne erano la dimostrazione. Un giorno probabilmente l’avrebbe ringraziata per aver tenuto duro, ma in quel momento era arrabbiato con lei. In un momento di particolare masochismo aveva cercato su facebook tutte le prove della sua relazione con il Sorridente Claudio e alla fine aveva concluso che si frequentavano da almeno sei mesi. Sei mesi durante i quali lei non aveva fatto una sola parola, un solo accenno nemmeno una velata allusione alla sua nuova relazione. Ma se lo reputava un così grande amico, perché non gli aveva mai parlato del Sorridente Claudio? Per non farlo rimanere male? No, questo ragionamento non reggeva. L’amicizia si basa sulla lealtà e sulla trasparenza, nascondere delle cose, anche a fin di bene, non è amicizia. Ma lui come avrebbe reagito se Giulia gli avesse detto che usciva con il Sorridente Claudio? Probabilmente avrebbe fatto buon viso a cattivo gioco e ci sarebbe comunque rimasto male. Meno che ad averlo saputo da altri? Può darsi.
Ad Annalisa e alle voci che giravano in ufficio francamente non era interessato. Trovava la cosa un poˋ seccante ma niente di più. Si sarebbero esaurite con il tempo come tutti gli altri pettegolezzi e se nel frattempo qualcuno fosse venuto a chiedergli qualcosa, avrebbe offerto la sua versione dei fatti.
Con Roberta le cose erano decisamente più complicate. Dopo un po’ le ragazze avevano imparato a riconoscere la sua macchina e adesso quando si fermava nello spiazzo era lei che apriva la portiera, saliva e lo salutava con un sorriso ed un ciao. Anche le altre ragazze lo salutavano, mentre andavano ad imboscarsi, facendo ciao ciao con la mano, Come se fosse un amico che è venuto a prendere la fidanzata fuori dal lavoro. Poi le dava cento euro che erano sufficienti a garantirgli un’ora di tempo. Per lo più parlava, raramente faceva sesso.
In quelle chiacchierate le aveva raccontato del suo lavoro, della sua casa, dei suoi interessi, del corso LIS e anche un po’ di Giulia.
Roberta ascoltava attenta e sorridente. A volte provava a prendere l’iniziativa per fare sesso e se lui la fermava sembrava rimanerci male. Ma non era particolarmente disposta a raccontare di se. Ad esempio aveva raccontato che quando era piccola e viveva al suo paese c’era un vicino di casa che suonava la chitarra e lei ne era affascinata. Poi ad un certo punto quell’uomo le aveva regalato una vecchia chitarra e aveva incominciato a darle delle lezioni e questo le piaceva. Però sul suo passato più recente rimaneva molto evasiva.
Aveva vissuto in Francia. Dove? A Lione. Faceva la cameriera.
No, non le piaceva ma era un lavoro.
Aveva lasciato il suo ragazzo. Perché? Perché la tradiva.
Come si fa a tradire una donna come lei? Perché gli uomini sono tutti uguali, tutti maiali.
Le volte che facevano sesso erano strane. Belle ma strane. Gli sembrava di ritornare indietro di quindici anni, alle prime volte in macchina con Sonia. All’inizio erano tutti e due tesi, nervosi. Lui non sapeva cosa fare e lei non aveva idea di cosa chiedergli. Poi un po’ alla volta avevano preso ritmo e confidenza e tutta quella rigidità e tutto quel nervosismo si era trasformato in morbidezza e calma. Ora, quando sentiva il suo corpo premere su quello di Roberta, avvertiva la sua morbidezza, il suo lasciarsi andare. E quell’ansimare che ritmava il respiro di entrambi, ne era certo, significava piacere anche per lei. Ma per lui era un piacere un po’ monco. Adorava i preliminari e i preliminari prevedevano coccole, baci e carezze. Tutto un repertorio che nessuna prostituta avrebbe mai concesso a chiunque. Una volta le aveva chiesto se poteva baciarla, e lei si era limitata ad un bacio veloce sulle labbra e poi aveva spostato il viso in modo da impedire altri tentativi.
E poi c’era un’altra questione.
Prima e dopo di lui altri uomini ansimavano sul corpo di Roberta, ne era consapevole. Questo a volte gli faceva provare una gelosia assurda e bestiale, altre volte lo sprofondava nel terrore che potesse capitarle qualche cosa. Come si era sentito quella sera che non l’aveva trovata? Poteva continuare a provare quella sensazione? Come poteva mettere fine a quella situazione? Roberta lo avrebbe voluto? Cosa aveva lui di diverso da tutti gli altri clienti?
Su internet aveva visto il video di una trasmissione che ricostruiva la storia di una prostituta che si era ribellata alla sua schiavitù. Avevano anche spiegato che esistevano 3 tipi di persone: quelli che giravano intorno ma alla fine non si decidevano mai, quelli che volevano fare sesso e a volte erano molto violenti e quelli che volevano solo parlare. Pagavano per parlare, a volte aiutavano anche, per un po’. Avevano un nomignolo questi personaggi, un nomignolo buffo e dispregiativo al tempo stesso.
Lui era ne più ne meno che come tanti altri.
E come tutti gli altri, guardando quel video, avrebbe dovuto vergognarsi. Invece si era sentito riempire di speranza perché quella prostituta nigeriana si innamorava di un suo cliente.
Poi una mattina Giorgio lo chiamò nel suo ufficio.
Giorgio gli aveva fatto cenno di sedersi e aveva incominciato a tamburellare nervosamente con una penna sull’agenda aperta davanti a lui. Non parlava e non lo guardava e questo era di certo un brutto segno. Poi, prendendo fiato come se dovesse fare un’immersione:
“Francamente non ho idea di come affrontare l’argomento, quindi mi sa che è meglio se ti faccio vedere quello che ho in mano”
Mentre parlava aveva girato il monitor del computer mostrandogli una foto.
Era un foto scura, sgranata, fatta di notte. Ma mostrava chiaramente quello che doveva mostrare: Roberta che scendeva dalla sua macchina.
Ovviamente si poteva ignorare che lei fosse Roberta, ma il luogo, le altre persone che comparivano nella fotografia ed il modo in cui erano vestite non lasciavano dubbi. E lui era perfettamente riconoscibile attraverso il finestrino aperto.
“Senti, a me non interessa se vai a puttane. Vita tua, scelte tue. A me interessa che qualcuno ce l’abbia con te al punto da mandarmi questa foto. È già un po’ di tempo che su di te girano delle voci di corridoio. Io non do peso, però questa è un’altra faccenda.”
“Chi te l’ha mandata?”
“Non te lo dirò mai. Però ti chiedo di ragionare su questa cosa. Tra poche settimane io non ci sarò più. Mi trasferiscono e ti garantisco che non è una promozione. Se al mio posto viene una donna e le fanno vedere questa foto, dubito che sarà indulgente come me. Vorrei che chi prenderà il mio posto non debba pensare che non ho mai avuto il controllo della mia filale. Per cui cerca di sistemare questa cosa, perché la prossima volta potrebbero romperti le scatole.”
“Come faccio a sistemare la cosa se non so chi ti ha mandato quella foto”
“Possibile che tu sia così stupido?”
Non era così stupido. Chi metteva in giro voci sul suo conto? Annalisa. Possibile che fosse una donna folle fino a quel punto?
E ora come poteva risolvere la questione? A lui non interessava quello che la gente pensava di lui, però era vero che in quel microcosmo bigotto e pettegolo che era il suo ufficio, non poteva permettere ai suoi colleghi di pensarlo come un puttaniere. Ma non poteva nemmeno andare da Annalisa per parlarle.
Gli veniva in mente solo una soluzione e l’avrebbe messa in atto quella sera stessa.

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Vento in testa (2^ parte)

In realtà quel senso di liberazione per la fine del week end durò giusto il tempo del viaggio da casa all’ufficio. Fu sufficiente sedersi alla sua scrivania perché di colpo ricordasse che c’era la relazione di fine trimestre da terminare e il corso LIS la sera stessa.
Provò a lavorare ma nella sua testa continuavano a rimbalzare una serie di immagini , come spezzoni di un film messi insieme per creare un trailer: primo piano di Giulia, stacco su Roberta, totale dell’aula del corso, carrellata sulla strada, spezzoni di conversazioni con Giulia, ipotesi di conversazioni con Roberta e poi tutto da capo in un circolo vizioso e senza senso che gli procurava un malessere fisico.

Durante il fine settimana, nei momenti in cui il vento si placava permettendogli di riordinare i pensieri, più che altro aveva pensato a Roberta. C’era qualcosa in quegli occhi così simili a quelli di Giulia che lo aveva colpito. Qualcosa di inafferrabile che sembrava parlare di paura, tristezza e disgusto. Per lui e per tutti quelli come lui .
E anche adesso, mentre cercava di scrivere quella relazione, l’immagine che più di ogni altra lo faceva sobbalzare, erano gli occhi di Roberta.
Sentiva che lo stavano accusando, che gli stavano dicendo che lui era l’ennesimo uomo che aveva abusato di lei, che non era nemmeno degno di essere definito uomo.
Doveva rivedere Roberta. Voleva parlarle, spiegarsi, scusarsi.

Il gruppo che seguiva il corso LIS aveva impiegato un po’ più del necessario a fare amicizia e diventare un gruppo. Quando aveva iniziato pensava che avrebbe trovato solo belle persone disposte a sacrificare tempo e denaro per imparare a comunicare con i sordi, pensava che avrebbe incontrato persone simili a lui e che farci amicizia sarebbe stato semplice. Aveva invece incontrato persone che avevano validi motivi per essere arrabbiate e poca voglia di fare nuove amicizie. Ad esempio c’erano Adele e Francesco che avevano cercato per anni di avere un figlio e quando finalmente c’erano riusciti una banale rosolia lo aveva reso sordo. Poi c’erano un paio di educatrici di un istituto che erano seccate perché erano state praticamente costrette. E c’era Alberto che candidamente aveva dichiarato che voleva cercare nuovi amici e gli era sembrata una buona idea iscriversi ad un corso. Poi c’erano altre sette persone, ognuna con la una storia personale che aveva reso necessario il dover imparare il linguaggio dei segni. Comunque anche un gruppo cosi improbabile di persone aveva finito per affiatarsi e dopo un po’ avevano preso l’abitudine di aspettarsi fuori dalla scuola per andare a prendersi un caffè al bar prima della lezione.

Per tutta una serie di motivi (orario di lavoro, vicinanza alla sede, nessun impegno nell’interregno tra la fine del lavoro ed il corso) lui arrivava sempre per primo e aspettava gli altri. Quella sera invece si infilò immediatamente in aula: un breve saluto e quattro chiacchiere di circostanza con la ragazza alla reception e poi di corsa a prendere il suo consueto posto. Per impegnare il tempo si mise a leggere un libro e dopo qualche minuto riuscì veramente a concentrarsi sulla lettura. Così quando anche gli altri arrivarono, non dovette fingere di non accorgersi di loro.

“Ciao, come mai non sei venuto con noi al bar?”

Non c’era una vera motivazione, quindi si limitò ad una generica alzata di spalle che si augurava potesse esprimere una risposta adeguata.
Giulia fu tra le ultime del gruppo ad entrare in classe e appena la vide il suo stomaco fece una capriola.
Giulia era sorridente come sempre e si sedette, come sempre, nel posto accanto al suo.

“Ciao come va?”

Uno sbuffo che poteva significare tutto e niente.
Una scrollata di spalle, uno sbuffo, non si poteva dire che quella sera fosse di molte parole.
Per il resto della lezione tenne gli occhi ostinatamente fissi sulla docente.
La mattina successiva in ufficio lo attendevano due mail molto diverse tra loro.
La prima era di Giorgio, il direttore. Due righe.

Cos’è questo schifo?
Riscrivila come si deve e fammela avere per questa sera.

La seconda era di Annalisa, una sola riga.

Pranziamo insieme?

La prima se l’aspettava, la relazione l’aveva scritta veramente male e sapeva che così come l’aveva presentata non poteva andare bene.

La seconda era invece decisamente una sorpresa.
Con Annalisa ricordava di essersi spinto un po’ oltre la sua zona di confort, con apprezzamenti sul suo nuovo taglio di capelli o sulla sua forma fisica.
Prima di accorgersi che aveva a che fare con una ragazza abbastanza insulsa aveva dato ampiamente ad intendere il suo interesse. Poi, più o meno in contemporanea, lei aveva accennato alla sua convivenza nel bel mezzo di un discorso che riguardava tutt’altro, mentre lui si era accorto che il vizio di cambiare costantemente argomento non era indice di una personalità poliedrica quanto piuttosto quello di una ragazza sostanzialmente vuota. Domandarsi se era stata prima lei a parlare del suo compagno o lui a perdere interesse, era una questione di lana caprina. E dire che prima di allora aveva vagheggiato su un futuro in cui loro due condividevano la stessa casa e forse anche un paio di figli. Da li in avanti aveva preso ad ignorarla ed era tornato a corteggiare segretamente Giulia.

Rispose alla mail di Annalisa con un laconico OK e si mise a lavorare sulla relazione
All’ora di pranzo condividevano un tavolino al bar.

“Allora cosa mi racconti?”

L’esordio, con un sorriso eccessivo mentre giocherellava con le posate, era di Annalisa. Sorrideva con tutto il corpo, la bocca, gli occhi, le spalle. Anche le mani gesticolanti sembravano sorridere.

“Mah, niente di che… le solite cose, il lavoro, il cor….”
“Eh si, il lavoro.. dobbiamo chiudere i prospetti del trimestre e siamo tutti sotto pressione. Hai visto per caso se c’è in giro qualche film che valga la pena vedere di questi tempi?”

Accompagnava le parole con movimenti delle mani ampi e lenti ma erano gesti che non c’entravano con il discorso e l’insieme dava un po’ l’impressione di una marionetta manovrata da un ubriaco.

“Ehh… film.. fammi pensare… ultimamente non mi sono interessato a quali…”
“Ieri sera in televisione hanno fatto vedere un vecchio film d’amore con quell’attore li… dai quello che aveva anche il papà che lo faceva… oddio come si chiama? Beh, è la storia del presidente dell’America che si innamora di una donna, l’avevo già visto ma è bellissimo”

Interrompe continuamente Annalisa, e dice proprio “presidente dell’America”

“Comunque lui è vedovo con una figlia e per questa donna rischia anche di perdere il suo posto. Hai sentito che forse ci cambiano il direttore della filiale?”
“Ehhh.. si, delle voci girano. Dici che è vero? Ultimamente è diventato molto più gentile con tutti”
“Allora è vero, quando devono andare via diventano gentili per lasciare un buon ricordo. Lo sai che mi sono lasciata con il mio compagno?”

Non era nemmeno arrivata l’ordinazione e Annalisa aveva già messo le carte in tavola. Pensò che adesso che era tornata libera e disponibile voleva vedere se lui era ancora interessato e un po’ si sentì lusingato. Poi pensò che forse nel modo strampalato di Annalisa nel collegare i discorsi, doveva esserci una connessione tra il direttore della filiale che se ne va e la fine della sua relazione, anche se il sorriso a tutta bocca stonava un po’ con la gravità della notizia. Alla fine pensò che dei guai sentimentali di quella donna non gliene importava niente ma che sarebbe stato scortese non mostrare un minimo di interesse.

“Mi dispiace, era tanto che stavate insieme?”
“Beh si, un po’ di anni. Però lui sai era un pantofolaio, non riuscivo mai a schiodarlo dal divano e alla fine ho pensato che se devo comunque andare in giro da sola tanto vale che anche a casa non ci sia nessuno ad aspettarmi. Lo sai che a capodanno sono andata a Vienna con una mia amica?”
“E lui come l’ha presa?”
“A lui non interessa viaggiare per cui non ha nemmeno voluto venire…”
“No intendevo il fatto che l’hai lasciato.”
“Beh era nell’aria già da un po’ di tempo, per cui non è rimasto molto sorpreso. Così una sera gli ho detto che era finita e lui il giorno dopo ha fatto i bagagli e se n’è andato. ”

Voleva sperare che la fine della loro relazione fosse stata un po’ più complessa di come la stava raccontando. Ed anche un po’ più dolorosa, perché quel continuo sorridere lo stava infastidendo.

“E tu cosa mi racconti? Hai fatto qualche incontro interessante ultimamente?”
“Si, direi di si… penso di essere innamorato”

E questa come gli era uscita?

“Davvero? E di chi?”
“Nessuno che conosci”

Era una sua impressione o adesso sorrideva solo con la bocca e non con tutto il resto del corpo?

“E lei che tipo è?”
“Probabilmente il tipo di donna che nessuna madre vorrebbe avere come nuora.”

Davvero? Stava davvero pensando a Roberta?

“Addirittura? Si droga? Ha un passato oscuro?”
“Credo che più che il passato sia il presente ad essere un po’ oscuro. Ma tu invece come stai? Voglio dire stavate insieme da un pezzo e convivevate, non deve essere facile.”

La domanda gli era uscita con un tono di voce ironico, il tipo di tono che scoraggerebbe chiunque a proseguire qualsiasi discorso. Annalisa però la prese come un reale interesse e iniziò un complicato resoconto, tra una forchettata di pasta e l’altra, che lui non seguì minimamente.
Possibile che avesse appena detto di essersi innamorato di Roberta?
Aveva visto quella donna una sola volta e per lo stretto tempo necessario di un pompino. Possibile che quei pochi minuti avessero spazzato via Giulia dalla sua vita?
Roberta era una prostituta macedone e quindi con ogni probabilità non si chiamava nemmeno Roberta. E se aveva mentito sul nome probabilmente anche tutto il resto andava preso con il beneficio del dubbio. (Ma in quei pochi minuti aveva visto qualcosa nei suoi occhi, qualcosa di morbido e spaventato e si era convinto che sotto alla pelle dura della prostituta ci fosse una donna fragile e sola che chiedeva di essere amata).
Giulia la conosceva da un po’, era una stimata professionista, era bella, era laureata e si guadagnava da vivere difendendo le persone in tribunale (“di cosa ti occupi?” le aveva chiesto una volta e lei aveva detto che era una civilista, e che i suoi clienti erano persone che in genere avevano subito una truffa. A volte però erano i truffatori stessi. A conti fatti tra i clienti di Roberta e quelli di Giulia, la differenza poteva essere veramente sottile).
Intanto Annalisa parlava e gesticolava e raccontava qualcosa sulle inadeguatezze del suo ex compagno a cui lui non stava prestando minimamente ascolto.
Non gli importava sapere cosa avesse fatto o non fatto in cinque o sei anni di convivenza. Non era interessato all’elenco delle sue nefandezze esattamente come non era interessato alle esigenze di Annalisa, di cosa potesse piacerle o meno e di come cercasse un uomo che avesse…

“… non dico i miei stessi gusti ed interessi, ma che almeno voglia fare delle cose con me. Ma mi stai ascoltando?”

Aveva continuato a mangiare il suo piatto di trofie al pesto e a pensare a Giulia e Roberta, per cui aveva completamente perso il filo del discorso. Solo il fatto che Annalisa aveva alzato un pelo il tono della voce lo aveva distolto dai suoi pensieri. Adesso la guardava un po’ inebetito con la forchetta a metà strada tra il piatto e la bocca, con una posa ed un’espressione che tradiva (al di la di ogni ragionevole dubbio avrebbe detto un avvocato) la sua colpevolezza.

“Non volevo annoiarti, scusa.” Il tono della voce aveva abbassato la temperatura di parecchi gradi.
“No scusami tu. È che in questo periodo ho mille cose per la testa e faccio fatica a concentrarmi. Mi stavi dicendo che cerchi una persona che abbia almeno voglia di fare delle cose con te. Vai a avanti.”
“Già… Sai cos’altro mi piace in un uomo? Che mi stia ad ascoltare quando parlo.”

Il resto della pausa pranzo lo passarono pronunciando frasi autoconclusive a commento di situazioni ovvie.

“Il caffè è bollente”
“Sembra che stia per piovere”
“Ho quasi finito i miei buoni pasto”

Quando si salutarono con due baci sulle guance lui si sentì sollevato, lei sembrava pronta a fulminarlo.
Nelle pause tra una frase ovvia e l’altra aveva deciso che quella sera avrebbe rivisto Roberta.
Solo che non fu così facile come pensava. Fece il tratto di strada tra le due rotonde per due ore prima di arrendersi all’evidenza che Roberta quella sera non era al lavoro o, se non altro, non lo era in quella zona.
All’improvviso un’angoscia fortissima lo assalì e dovette accostare per poter prendere il cellulare e iniziare una frenetica ricerca su internet.
Naturalmente sapeva che a volte le prostitute facevano un brutta fine per mano dei clienti o dei loro protettori e quell’idea gli si era piantata in testa con una violenza tale da costringerlo a fermarsi per cercare quella che sperava fosse una smentita e non una conferma.
Nessuna notizia, buone notizie.
Continuava a ripetersi la frase come un mantra e solo quando il cellulare rimase senza batteria si decise a smettere per tornare a casa, ma non prima di aver fatto ancora un paio di giri nel tentativo di cercarla.

La rivide la sera dopo. Al termine della lezione al corso LIS si infilò in macchina, percorse tutta la strada ad una velocità eccessiva e solo quando la vide ferma in attesa di clienti riuscì a calmarsi. Non si fermò. Il sollievo nel vederla ancora viva fu sufficiente a fargli passare qualsiasi desiderio e quella sera per la prima volta in cinque giorni riuscì a dormire.
Nelle due settimane successive ridusse al minimo indispensabile lo scambio di convenevoli con i colleghi e i compagni di corso, annotò un cambiamento verso l’aperta ostilità da parte di Annalisa ed andò con Roberta per cinque volte facendo sesso solo le prime due.
Le altre tre volte si era limitato a parlare con lei e aveva scoperto un po’ di cose.
Il suo vero nome era Blagorodna ma a lei non piaceva e allora aveva scelto di usare un nome italiano
Era in Italia da due anni e non aveva mai studiato alla scuola per interpreti.
In Macedonia aveva smesso di studiare dopo la scuola dell’obbligo, poi aveva fatto un po’ di lavori fino a quando, appena compiuti 18 anni, era andata con il suo fidanzato a vivere in Francia. Li aveva lavorato come cameriera, poi il suo fidanzato l’aveva lasciata, lei aveva perso il lavoro e il permesso di soggiorno era scaduto. Quindi era venuta in Italia doveva aveva conosciuto un altro macedone che l’aveva messa sulla strada. Perché aveva accettato? Non si sa. Oppure molto più probabilmente non era disposta a dirlo.
Al lavoro nessuno dei suoi colleghi sembrava minimamente interessato al fatto che aveva smesso di parlare e i suoi compagni di corso avevano smesso di chiedersi come mai non volesse più prendere l’aperitivo con loro.

Anche Giulia, dopo un paio di tentativi infruttuosi di parlargli, sembrava aver perso ogni interesse per quel suo nuovo modo ombroso di essere. Di questo ne era in parte seccato e in parte riconoscente. Lo infastidiva che una persona con la quale aveva condiviso tanto si fosse arresa così in fretta, ma almeno questo aveva contribuito a far fermare il vento nella sua testa e a concentrarsi solo su Roberta.

Quelle tre volte passate a chiacchierare in macchina aveva rivisto quella cosa morbida e spaventata nel suo sguardo.

Di più.

Aveva sentito qualche cosa nelle sue parole, nel tono della sua voce, nel modo di esprimere i pensieri. Qualcosa di profondo e caldo. Ma era possibile che pensasse a Roberta come ad una donna con la quale aveva una relazione?

Per l’amor del cielo!

Era una prostituta, non la sua donna. E poi a lui piacevano quelle intelligenti e istruite. Non aveva mai avuto una sola ragazza che non fosse per lo meno diplomata. Roberta aveva un’istruzione al minimo sindacale e si guadagnava da vivere prostituendosi, come poteva pensare a lei come ad una donna con la quale poteva avere una relazione?
Forse in Macedonia faceva una vita difficile, la sua famiglia era povera. Altrimenti perché era emigrata in Francia a 18 anni?
Si stava convincendo che se la vita le avesse offerto qualche possibilità in più avrebbe potuto studiare, diplomarsi. Forse addirittura laurearsi. Avrebbe fatto un lavoro onesto e rispettabile e tutti l’avrebbero rispettata perché oltre che intelligente era bellissima. Così come rispettavano Giulia.
Quella sera, mentre indossava la giacca per uscire dall’ufficio pensò che sarebbe andato da Roberta e le avrebbe offerto di venire a vivere da lui. Le avrebbe dato una casa, sicurezza e amore. E non avrebbe più dovuto preoccuparsi di niente.

Ma fuori dall’ufficio, ad aspettarlo, c’era Giulia.

(Parte 2 di 4. Continua, prima parte qui)

racconti · vento in testa

Vento in testa (1^ parte)

Quella mattina si era svegliato pensando alla cena.

Indubbiamente prima ancora del bisogno di andare in bagno, della colazione, della giornata lavorativa che lo aspettava e di tante altre cose, si era domandato “cosa mi faccio per cena?”.
Poi in rapida sequenza si era accorto di aver urgente bisogno del bagno e di farsi un caffè.
Aveva quindi diligentemente ciabattato dalla camera al bagno e quindi dal bagno alla cucina. E mentre aspettava che la moka gorgogliasse aveva aperto il congelatore, tirato fuori una generosa costata di quelle con l’osso e l’aveva spostata nel frigorifero: da li a dodici ore sarebbe stata scongelata al punto giusto per essere cucinata alla piastra.
Il resto della giornata lo aveva passato più o meno tutto senza riuscire a concentrarsi su un solo pensiero. Era come se nella sua testa soffiasse un vento capace di spazzarli via prima che si formassero.

Gli sembrava quasi di sentirlo fischiare nelle orecchie.

Di più. Quel vento che soffiava in testa gli causava una sensazione fisica alla bocca dello stomaco. Un po’ come quando sei sulle montagne russe e stai per incominciare un discesa veloce e senti un formicolio alla pancia.
Ecco, era come se da due giorni fosse seduto nel vagone in picchiata sulle montagne russe.
Era così da quando Giulia se n’era andata, anche se naturalmente Giulia non era andata da nessuna parte se non nella sua testa.

Quel venerdì aveva fatto meccanicamente tutta una serie di cose che in realtà avrebbero richiesto molta attenzione: aveva partecipato ad una riunione il cui suo unico apporto era stato un grugnito (gli avevano chiesto se la relazione creditori di fine trimestre fosse pronta. Non lo era nemmeno lontanamente ma si augurava che quel grugnito comunicasse un “certo che è pronta, che domande sono”), poi aveva fatto delle telefonate, riempito caselle di Excel, firmato concessioni di prestiti, aperto altre richieste di prestito e preso tre volte il caffè alla macchinetta del secondo piano.

Poi quando era stato il momento si era messo la giacca e si era avviato all’uscita.

Una delle cose sul suo lavoro che aveva imparato riguardava l’orario di uscita: aveva sperimentato che se scendeva con calma cinque minuti dopo gli altri, andava a finire che usciva dal parcheggio praticamente alla stessa ora. Era molto fiero della sua sperimentazione perché era avvenuta sotto stretto rigore scientifico e la scelta del momento migliore in cui incamminarsi verso l’uscita era frutto di una attenta ed accurata serie di prove che contemplavano la variante invernale (con giaccone o occasionalmente cappotto da allacciare) e quella estiva (più rapida perché al limite c’era solo la giacca da indossare). A volte avrebbe preferito essere fiero per qualcosa di serio.

Guidando verso casa si era chiesto se era il caso di fermarsi al supermercato per comprare una bella birra per accompagnare la costata. Poi si era domandato se oltre alla birra qualche patata arrosto potesse starci bene, anche se non aveva voglia di cucinarsele e le patate arrosto del supermercato lo deludevano sempre: li nella loro vaschetta di cartone sembravano morbide ed appetitose, ma una volta a casa e quindi nel piatto erano invariabilmente stoppose e senza sapore.
Le patate meglio lasciarle perdere.
Avrebbe preso una bella birra e un po’ di insalatina. Poi avrebbe preparato una marinata con olio, qualche spezia, parecchio aglio ed anche una goccia di aceto balsamico che secondo lui dava quel profumo particolare alla carne e che invece secondo i suoi amici serviva solo a far scena quando raccontava la sua ricetta per la marinata. Poi una bella piastra rovente e la costata sarebbe venuta spettacolare.

Passò davanti ad una steak house. Vederla, decidersi di fermarsi e parcheggiare furono un unico gesto.
La verità è che tutto ad un tratto gli era venuto a noia l’idea di cucinare, quella sensazione di caduta libera allo stomaco continuava a farlo sentire inquieto e l’idea di tornare a casa a prepararsi la cena lo privava di energia. Per questo parcheggiò, entrò nel ristorante che serviva solo carne alla griglia e chiese una costata, di quelle con l’osso. L’indomani avrebbe dovuto buttare quella nel frigorifero, ma pazienza.

Seduto al tavolo del ristorante leggeva un libro, così da evitare di rimanere a fissare il vuoto mentre aspettava la sua ordinazione. Avrebbe potuto controllare sul cellulare, i messaggi, facebook e cose di questo genere, ma ci avrebbe messo si e no tre minuti e per tutto il resto del tempo avrebbe dovuto fingere. Il libro era meglio e poi era convinto che gli desse l’aria da intellettuale.
In realtà in quel momento se ne stava fermo a fissare la stessa pagina, con quel vento nella testa che spazzava via i pensieri ma che a tratti si placava per permettergli di ragionare un po’.

Dunque…

Aveva conosciuto Giulia un anno prima al corso LIS. Lui ci era arrivato spinto solo dalla sua curiosità, lei invece per necessità professionale. Oltre a loro c’erano ovviamente altre persone e tutti insieme costituivano un gruppo eterogeneo e male assortito. Comunque a forza di frequentarsi due volte alla settimana avevano finito per diventare quel genere di gruppo che prima delle lezioni va a prendersi una cosa al bar. E avevano finito per fare tutti insieme il primo livello, cui era seguito il secondo ed il terzo livello ed infine il corso per interpreti LIS.

Giulia era li che voleva arrivare, perché era un avvocato e lavorava in uno studio dove il titolare si era messo in testa di fare beneficenza assistendo pro bono i sordomuti nelle cause giudiziarie. Così aveva mandato lei ad imparare il linguaggio dei segni. Lui invece non voleva arrivare da nessuna parte, solo imparare un qualcosa che gli sembrava curioso. Ma poi aveva conosciuto Giulia ed era rimasto.
Non è che ne fosse veramente innamorato, più che altro gli piaceva. Cosa che non gli aveva impedito nel frattempo di invaghirsi di altre due donne, corteggiarle ed immaginare una vita insieme a loro.
Si autodefiniva un corteggiatore discreto, però era così discreto che nessuno, nemmeno le dirette interessate, si accorgeva delle sue intenzioni. Era questa la sua strategia di sopravvivenza alle delusioni amorose: immaginare sempre e non concludere mai. Erano stati necessari anni e anni di due di picche per affinarla.
Con Giulia c’erano state lunghe chiacchierate e confidenze, serate lunghissime passate in qualche bar a parlare delle loro vecchie storie, di film, di libri e di viaggi fatti (soprattutto lei) o solo ipotizzati (soprattutto lui). Una volta erano andati insieme ad una mostra, quella dei corpi umani plastificati e avevano condiviso gli auricolari dell’audioguida.
Poi, per caso, due giorni prima aveva saputo che da qualche mese usciva con uno.

Stavano facendo la pausa di metà lezione, Giulia si era allontanata per rispondere ad una telefonata ed era stato allora che una aveva detto “sarà il suo fidanzato”. “Ma chi, Alberto?” aveva chiesto un’altra. “No, non uno del corso. Li ho incontrati…”
Non aveva capito dove e quando si fossero incontrati. Appena aveva sentito quella frase il vento nella sua testa aveva iniziato a soffiare. E il suo stomaco aveva incominciato la discesa delle montagne russe.

Aveva ripercorso tutto quel pezzo di storia per l’ennesima volta ed ora che la costata era finita, il conto pagato ed era risalito in macchina, si domandava per l’ennesima volta perché ci stesse così male.
Conosceva Giulia da quasi un anno, e nello stesso periodo aveva conosciuto anche Annalisa, una nuova collega che prima di rivelarsi la donna più inutile del pianeta gli era sembrata una ragazza interessante. Non lo era, a meno che non ti interessi il genere gatta morta, senza senso dello humor e con la spiccata tendenza a cambiare argomento senza chiuderne mai uno. Aveva poi saputo che Annalisa aveva un compagno, per cui evidentemente estimatori del genere c’erano. Ad una cena a casa di amici aveva poi conosciuto Camilla e per un paio di settimane si erano più o meno frequentati, sempre che accompagnarla un paio di volte all’ikea e andare a casa sua a montarle i mobili rientrasse nella definizione di frequentarsi. Poi lui aveva fatto delle battute che volevano essere spiritose ma che lei aveva giudicato offensive e da allora non si erano più sentiti.
Insomma, quella che aveva con Giulia non era di certo un relazione monogama. Non era nemmeno una relazione, se è per questo, lo sapeva che era tutto nella sua testa. Anche quando erano andati a vedere quella mostra c’erano un sacco di altre persone: non erano mai stati solo loro due a parte qualche birra in un pub dopo il corso e quelle non facevano testo.
Allora perché si sentiva come se la sua ragazza l’avesse appena lasciato?
Perché lui, come tutte le persone sole, tendeva a romanticizzare qualsiasi incontro. L’aveva sentito in un film e si era convinto che era così.

Aveva guidato per gli ultimi venti minuti pensando a queste cose senza prestare attenzione alla strada e finse di mostrarsi stupito nello scoprire che aveva imboccato l’autostrada ed era uscito allo svincolo di Lomazzo.
Sapeva benissimo perché era arrivato fin li.
Alla rotonda subito dopo lo svincolo iniziava quello che probabilmente era il più grosso mercato del sesso a cielo aperto della zona.
Decine e decine di ragazze erano sparpagliate nello spiazzo vicino alla rotonda e poi lungo tutta la provinciale verso la Svizzera. Un certo numero di macchine stava pigramente passando in rassegna l’offerta, sorpassate di tanto in tanto da altri che non ne erano affatto interessati ma al contrario irritati dai quei rallentamenti.

Non che lui fosse un abituale frequentatore di prostitute. Anni prima aveva voluto provare, ma la cosa lo aveva disgustato. Gli sarebbe piaciuto pensare che a disgustarlo fosse la schiavitù a cui quelle ragazze erano costrette o l’immoralità del sesso in cambio di denaro. Invece a disgustarlo era stato il fatto che di tutto quello che il sesso comprendeva, lui era un profondo e convinto sostenitore dei preliminari tanto che, un po’ scherzando e un po’ no, diceva che a lui sarebbero bastati solo quelli. Con una prostituta i preliminari non erano praticabili, ovviamente, per non parlare della paura di prendersi qualche malattia.
No, non era un tipo da sesso con le prostitute, anche se riconosceva che era per i motivi sbagliati.
Aveva però scoperto che passare in rassegna tutte quelle donne potenzialmente disponibili gli procurava un solletico piacevole e se riusciva a conservare quella sensazione fino a casa, poi poteva sfogare le sue fantasie solitarie.

Non era qualcosa di cui andasse fiero.

Percorse quindi la strada ad una velocità che gli permettesse di guardare bene senza al tempo stesso essere scambiato per un potenziale cliente. Sarebbe arrivato fino alla successiva rotonda, avrebbe fatto inversione e sarebbe tornato a casa.
Fu più o meno a metà di questo percorso che vide Giulia ferma sul ciglio della strada.
Gli ci volle un momento per realizzare quello che aveva appena visto: Giulia, con indosso una minigonna nera cortissima e un giubbino di pelle bianco. Era assieme ad altre due ragazze e quello che stavano facendo era inequivocabile.

Giulia, come era possibile?

Accelerò bruscamente per raggiungere la rotonda e tornare indietro, sarebbe poi dovuto tornare fino alla prima rotonda e fare ancora inversione per rimettersi sul giusto lato della strada e per quanto avesse cercato di fare in fretta qualcuno era passato prima di lui e l’aveva caricata.
Ci vollero altri quattro passaggi prima che riuscisse a ritrovarla, tempo durante il quale aveva guidato furiosamente avanti e indietro tra le due rotonde con in testa una domanda formata da una sola parola.

Giulia?

Al quarto passaggio accostò, abbassò il finestrino attese che si avvicinasse. Poi rimase a fissarla.

“Trenta bocca figa”

Non era Giulia, vista da vicino la somiglianza svaniva quasi completamente.
Il taglio di capelli era molto simile, e anche la forma degli occhi. Ma gli zigomi, il naso, la bocca e la forma del viso erano completamente sbagliati. Anche la pelle non era la stessa. La voce però era particolare. Era dura, ma conteneva una nota strana di morbidezza e paura al tempo stesso.

Non era Giulia.

Era rimasto in silenzio a guardarla per alcuni secondi, con un misto incoerente di sollievo e delusione. Lei aveva interpretato quel silenzio come un tacito assenso, aveva aperto la portiera e si era seduta.
“Vai dritto di la” aveva detto richiudendo la portiera e lui, automaticamente, era ripartito.

Cosa si dice in questi casi? Qualcuno dovrebbe scrivere un libro sui convenevoli tra una prostituta e il suo cliente. Frasi di circostanza da dire mentre si va ad imboscarsi lontani da occhi indiscreti e mentre si ritorna. Probabilmente più che un libro sarebbe un opuscolo di poche pagine, ma con ogni probabilità avrebbe avuto un suo mercato.

“Come ti chiami?” banale, ma di meglio non gli era venuto in mente.
“Roberta. Adesso svolta qua”
“E da dove vieni?”
“Macedonia. In fondo la”
“Quanti anni hai?”
“Venticinque. Ferma.”

Tre domande, tre risposte telegrafiche. Giusto il tempo di percorrere poche centinaia di metri e raggiungere uno spiazzo un po’ isolato dove altre macchine parcheggiate erano occupate da prostitute con i loro clienti.

La guardò ancora.

I capelli erano pettinati come quelli di Giulia, ma anche se dello stesso colore nero non erano altrettanto luminosi. Gli occhi un po’ assomigliavano nella forma e nel colore, ma mentre quelli di Giulia erano aperti e sorridenti, in questi leggevi la durezza di chi è abituata a trattare con gente potenzialmente pericolosa e allo stesso tempo ci leggevi la paura che ad ogni cliente, ad ogni macchina, le cose potessero andare male, anche malissimo.

“I soldi”

Lo aveva detto mentre dalla borsetta tirava fuori un profilattico e un pacchetto di fazzoletti, senza guardarlo in faccia.
Scrutandone il profilo la trovò bellissima, ne guardò il corpo snello, il seno discreto e le gambe lunghe e perfette che spuntavano generose da sotto la gonna cortissima. Emanava un profumo pesante che un po’ lo disturbava e che forse era la somma degli odori della strada e di tutti gli uomini che prima di lui quella sera si erano trovati in quello spiazzo.

“I soldi”

Lo aveva ripetuto con una nota più aggressiva nella voce, questa volta guardandolo in faccia e lui si accorse che era rimasto fermo ad osservarla senza fare un solo movimento.

“Oh certo, scusa – dal portafogli prese una banconota da cinquanta e gliela porse – tieni pure, però facciamo le cose con calma per piacere.”

La voce gli era uscita tremante, con le parole un po’ tronche. Lei aveva preso i soldi e li aveva fatti sparire nelle borsetta, quindi si era appoggiata allo schienale e lo aveva guardato, ma solo per pochi secondi poi aveva indicato i pantaloni.

“Da quanto sei in Italia?” Glielo aveva chiesto perché non sapeva che altro dire.
“Da sei mesi”
“Parli già bene l’italiano”
“Io ho studiato un po’ a scuola, a casa”
“Hai studiato italiano? – c’era parecchia incredulità nella sua voce – e che scuola facevi”
“Scuola per interpreti”
“E da voi si studia italiano?”
“Si, serve molto. Molti italiani da noi, per aprire fabbriche, lavoro. Cose del genere”

Rimase in silenzio un attimo e lei sfruttò quella pausa per mettersi dritta.

“Abbassa lo schienale”

Lui obbedì. Poi lei gli fece cenno di aprirsi i pantaloni, gli mise i preservativo e iniziò a lavorare con la bocca.
Non smise mai per tutti i cinque minuti che furono necessari.

Più tardi, quella stessa sera, sotto la doccia si stava insultando.
Si domandava perché era stato tanto stupido e debole, perché avesse voluto sporcare una cosa bella come il sesso con quel gesto idiota. E mentre si faceva tutte queste domande si strofinava violentemente il pube con la parte ruvida della spugna, come se quell’inutile dolore che si stava infliggendo potesse in qualche modo lavare via quello che aveva fatto e il senso di colpa che lo accompagnava.
Dopo un tempo infinito passato sotto l’acqua decise di uscire, si mise l’accappatoio e si sistemò sul divano davanti al televisore.
Il resto del fine settimana lo trascorse ad ascoltare il vento che gli soffiava in testa ed il senso da picchiata sulle montagne russe alla bocca dello stomaco.

Il lunedì mattina arrivò come una liberazione.

(1 di 4. C0ntinua)

racconti

Dicembre

Carla non sopporta dicembre.

Tanto per incominciare ci sono troppe feste per un solo mese, poi tutta quelle luminarie e tutta quella gente in giro con le borse piene di pacchetti. E fa sempre troppo freddo per i suoi gusti e le giornate si accorciano troppo che se anche preferisci la notte al giorno, non vuol dire che sei contento se alle tre del pomeriggio fa già buio.

Per non parlare dei negozi aperti di domenica.

Sono un crimine contro l’umanità. Tutta quella gente obbligata a lavorare la domenica perché altra gente possa prendersela comoda per fare gli acquisti di Natale, come se le commesse e le cassiere non avessero diritto all’ozio, allo struscio e a comprare regali di Natale.

Carla è fatta così. Prende e attacca a testa bassa le cose che non sopporta, senza mezzi termini. E se poi uno ci resta male, il problema è suo.

“Pensa al figlio piccolo del calzolaio che la domenica vorrebbe andare al parco a giocare, ma il papà gli risponde ‘no tesoro non si può perché c’è in giro un sacco di gente che anziché usare il sabato per fare compere e la domenica per risposare fa il contrario e io non mi riposo il sabato e nemmeno la domenica’. Poi non lamentiamoci se da grande questo bambino si drogherà.”

Cerco di farle notare che il calzolaio ormai è una specie estinta (ne sopravvivono pochi esemplari e sono patrimonio dell’UNESCO) e che in ogni caso la domenica tengono chiuso anche a dicembre, ma questo le da solo la possibilità di scagliarsi contro l’UNESCO e tutti i suoi patrimoni per ragioni che non sono sicuro di aver compreso.

Siamo in un locale che serve buona birra e panini giganteschi. È così che so questa cosa di dicembre: condividendo una birra al bar.

Carla è ironica e divertente e sa far ridere, anche se in un modo in cui chi non la conosce e magari è la prima volta che la incontra a volte ci resta male. Lei detesta le chiacchiere inutili e prive di senso, i commenti sul gossip ed i pettegolezzi. Se hai la sfortuna di portare la discussione su questi argomenti in sua presenza devi prepararti ad essere preso in giro senza pietà.

Mi piacciono queste serate in birreria.

Siamo amici da qualche anno e visto che ad entrambi piace leggere libri e guardare film e serie TV abbiamo trovato un terreno comune sul quale andare d’accordo. Ci piacciamo abbastanza tanto che qualche volta, quando siamo dell’umore giusto e l’occasione lo consente, facciamo finta di essere una coppietta di fidanzati. Anche se ad entrambi il solo pensiero di baciarci sulla bocca ci fa venire da ridere. Non tanto per la solita e ritrita questione della regola dell’amico (che francamente fa un po’ troppo anni novanta e che comunque è stata sdoganata nel nuovo millennio dai trombamici). E’ proprio per il fatto che non riusciamo ad immaginarci in nessun altro modo.

Così di tanto in tanto ci sentiamo e si decide per una serata insieme secondo lo schema consolidato che parte dal film al multisala per concludersi in birreria (ovviamente Carla detesta anche i multisala, ma ha dovuto capitolare per forza di cose).

Questa sera siamo qui dopo aver visto un film del quale sta demolendo la trama senza pietà. E’ la storia di un ragazzino che scopre di avere un potere e allora capisce che tutte le storie che gli ha raccontato il nonno avevano lo scopo di prepararlo al suo destino di salvare altri ragazzini come lui.

“Ma dai… è Harry Potter che incontra gli X-Men in salsa fantasy”

Lo dice con il tono di quando si sta preparando a demolire le cose che a me sono piaciute.
“C’è il ragazzetto bellino-ma-sfigato che scopre di avere dei poteri, c’è il nonno che è come dire Silente, c’è la casa dove si nascondono i ragazzi con i super poteri e c’è anche Xavier in versione pari opportunità. E somma massima di tutte le cose già viste… i ragazzi vivono da decenni in un allegro giorno della marmotta! Ad un certo punto pensavo sarebbe spuntato Bill Murray!!! Ma dai… che film è?”

“Un film fantasy per farti passare due orette scarse senza pensare a niente?”

“Si, però potevano anche essere un po’ più originali no?”

A me il film non è piaciuto tantissimo, diciamo che gli do la sufficienza ma niente più. Però questo è il nostro gioco e lei si sta divertendo, per cui le do corda.

“Beh, lei che fuma la pipa non è male”

“Già… ha anche un bel potere… può fermare il tempo e trasformarsi in uccello”

Dice “uccello” con un’inflessione nella voce che allude a volgarità a sfondo sessuale, ma la curva delle labbra e degli occhi è passata da su a giù così in fretta che, per un attimo, mi chiedo come abbia fatto a non aggrovigliarsi i muscoli.

“Dev’essere bello poter fermare il tempo su un giorno perfetto e poi aprire le ali e volare via. Potresti vedere le cose dall’alto e sbattertene le palle di tutto”.

“…”

“A volte mi piacerebbe sai?”

“…”

“Ormai a parte lavorare non faccio altro. E soprattutto non faccio sesso. Fai un po’ te….”

La nostra forzosa e prolungata astinenza sessuale è stata oggetto di innumerevoli battute, volgari giochi di parole e ipotesi su negozi e servizi che potessero aiutarci ad interrompere il digiuno. Ma se guardando me si fa presto a capire come sia possibile che non batta chiodo da tempo immemore, per Carla la questione è diversa. Insomma, Carla è una gran bella donna e la parte interessante è che non si deve nemmeno impegnare per esserlo. È talmente bella che ti verrebbe da pensare che il suo fidanzato è un tipo di quelli che lavorano ai piani alti di qualche multinazionale. Invece non riesce a trovare un uomo che le vada bene. Uno c’era stato anni fa, prima che ci conoscessimo. Ma era uno che passava tutto il tempo a criticarla per ogni cosa fino a quando lei ha capito quanto questo la facesse stare male e se n’è andata. Ma andandosene aveva lasciato indietro tante cose di se tra cui la sua fiducia nel genere maschile.

Ma qui le nostre rispettive storie sentimentali non c’entrano per niente (anche se sono quelle che stanno determinando la nostra penuria di attività sessuale) perché stiamo parlando di un film fantasy. Però se passi da la (il film) a qua (non faccio sesso) senza che in mezzo ci sia un collegamento, allora vuol dire che stai per vomitare qualche rospo. Allora vuol dire che devo pensare a quali possano essere i suoi rospi.

Cosa so di Carla? Che vorrebbe un figlio e che ha avuto una lunga storia con uno che la trattava male e che poi ha lasciato. Che da allora ha scaricato sistematicamente tutti i suoi spasimanti senza dar loro una sola possibilità. Che nonostante questo continua a desiderare un figlio, ma anche una famiglia, un marito e i pranzi domenicali dai suoceri. Che Carla non è mai stata una che si butta via, vuole il grande amore e lo vuole senza sconti.

Ok, so queste cose. Possono aiutarmi ad andare avanti con il discorso?

Mentre mi dice che la sua vita si riassume tutta in lavorare e non fare sesso io sto bevendo un sorso di birra e la guardo da sopra il bordo del bicchiere, per cui va a finire che per un po’ ci guardiamo negli occhi. So benissimo che non mi sta proponendo di risolvere quel particolare aspetto della sua vita per via del fatto che siamo amici, lei cerca il grande amore eccetera, ma un po’ di imbarazzo me lo mette lo stesso e finisco per appoggiare il bicchiere con una attenzione eccessiva, per cui va a finire che quello che voleva essere un gesto per dissimulare l’imbarazzo diventa una specie di riflettore che lo illumina e lo mette al centro della scena.

Alla fine mi salva un bengalese che si avvicina al tavolo con il suo mazzo di rose.

Lei non può vederlo perché arriva alle sue spalle, ma io si e mi metto subito una mano sul portafogli e lo faccio avvicinare (il che, per inciso, comporta dei movimenti poco eleganti per cui sembra che mi stia grattando il sedere). Vorrei comprare una rosa e dargli 5 euro ma va a finire che della mia banconota da venti se ne tiene la metà e mette sul tavolo un numero imprecisato di rose mentre si lancia in una complicata e lunghissima spiegazione circa la misura a cui bisogna tagliare il gambo per farle durare più a lungo.

Se ne va dopo quelli che sembrano secoli e noi rimaniamo li a cercare di riprendere il filo del discorso che stavamo facendo. Ma almeno il mio imbarazzo è passato.

Carla giocherella un po’ con le rose e poi attacca un discorso che le ho già sentito fare altre volte.
Si domanda come abbia fatto a prendere la sua vita e combinare tutto il casino che ha combinato, perché è vero che ha studiato tanto, si è laureata con lode e ha trovato il lavoro che desiderava. Solo che il lavoro che desiderava ha scoperto che non le piace affatto e non le piacciono i colleghi e lei non piace a nessuno di loro. Ed è vero che ha una casa, entrambi i genitori ancora vivi (e ancora morbosamente innamorati l’uno dell’altra) ed economicamente non se la passa male, ma che senso ha avere i soldi per andare in ferie se poi… si ferma di botto.

In realtà no, non è proprio così mi dice. Ha pasticciato un po’ con i conti e spende sistematicamente più di quello che può. Per dirla tutta si è indebitata con una finanziaria e anche volendo in vacanza non ci può andare.

E non parliamo della casa. Non è ancora un porcile ma incomincia ad assomigliargli molto perché quando torna a casa la sera non ha più voglia di fare niente e la cena la compra in rosticceria. Il sabato e la domenica li passa a guardare la televisione e anche le poche amiche che conosce ormai non le vede più da una vita e alla fine che senso ha uscire con loro la sera per andare in posti che amplificano il suo senso di solitudine e tutte hanno il ragazzo e lei che cosa ci fa li da sola?

Dice tutte queste cose di fila, quasi senza respirare, ma soprattutto lo fa in tono piatto e monotono.
Le ho sempre sentito raccontare le sue disavventure con ironia e leggerezza, ma questa sera no.

Bisognerebbe essere incredibilmente stupidi per non accorgersi che ogni parola pesa un quintale.

E bisognerebbe essere incredibilmente stupidi per non capire che in questo momento lei vuole solo essere ascoltata.

Invece a me, stupidamente, entra in testa l’immagine di rospi che escono dalla sua bocca e mi fisso a pensare se è più sensato immaginare uno sciame di rospi piccoli come api che quasi fossero un liquido colano lungo il tavolino, oppure è meglio un solo rospo ma enorme, tipo un labrador, che resta li sonnolento e un po’ minaccioso sul tavolino tra noi due.

Permetto a questa immagini assurde di riempirmi la testa perché è tutto sbagliato, sballato, deviato, impazzito.

La mia amica Carla è una incasinata ma è anche una tosta.

E’ la ragazza con la quale passo serate divertenti.

Questa cosa non me l’aspettavo, o magari non volevo aspettarmela perché, a ben guardare, i segnali c’erano tutti. Perché sta parlando ancora e mi racconta cose che in fondo avevo già sentito. Solo che prima le raccontava facendomi ridere e questa sera no.

Così devo fare uno sforzo per concentrarmi e quando riesco a togliermi i rospi da davanti gli occhi, lei sta ancora parlando, ma ho perso il filo del discorso e mi rendo conto che non sono in grado di dire cosa penso.

Si ferma un momento, e provo a dire qualcosa, ma sono confuso, balbetto e non trovo le parole.

Però questo la fa ridere e allora penso che se può servire a farla star meglio sono disposto a balbettare parole confuse per tutta la serata. O anche per tutta la settimana se serve. Ma è lei che mi ferma.

“Sai cosa non ho mai sopportato di te?”

(Il mio lavoro? Il mio modo di vestire? I miei gusti musicali? C’è n’è a vagonate di cose che non sopporta di me e ci abbiamo sempre scherzato sopra. Dai Carla, fammi una battuta delle tue, prendimi in giro. Ridiamo.)

“Il fatto che a volte sei capace di estraniarti con la testa e pensare ad altro, anche se chi ti parla è li di fronte a te.”

(Merda, mi ha beccato)

“Ho visto che con la testa eri altrove un momento fa. Mentre ti parlavo ho visto che ti eri perso da qualche parte. Stavi scappando perché da me non ti aspettavi questo. Noi non abbiamo quel tipo di rapporto”

(Vero: Carla ed io si parla di libri, film e serie TV e delle cose ridicole che le capitano, mai dei nostri guai.)

“Scusami. Non volevo. Mi è un po’ scappato via.”

(Ma le cose ridicole che di solito mi racconta sono le stesse che mi ha detto questa sera.)

“Però sono curiosa. Dov’eri scappato?”

Le dico del rospo (perché alla fine ho pensato che il rospo-labrador fosse più appropriato) e del fatto che in effetti no, non mi aspettavo tutte quelle cose. E che mi sento una merda per essermi distratto.

“Facciamo finta che non ti ho mai detto niente, va bene?”

“Che cos’hai, una di quelle pistole dei Man in Black per cancellarmi la memoria?”

“Erano penne, tonto. E comunque no, non ce l’ho”

Muove le mani a mezz’aria come per accarezzare un immaginario, gigantesco rospo.

“Gli diamo un nome o lo facciamo in padella? Se lo dobbiamo cucinare allora voglio chef Cracco”

“Lo vuoi perché è bravo o perché è figo?”

“Figo lui? Ma dai… con quell’aria da finto bohemienne”

Gli angoli della bocca e degli occhi non erano tornati all’insù ma adesso erano più o meno orizzontali. E questa battuta sul rospo e Cracco con l’aria da finto bohemienne (qualsiasi cosa significhi) mi ha fatto capire qualcosa che fino a quel momento avevo ignorato.

Si può rendere ridicolo un dramma? Carla ci è riuscita benissimo per anni, ridicolizzando i compleanni passati a spegnere le candeline in faccia al gatto, le piccole ripicche delle colleghe che vanno a pranzo ma non la chiamano, certe serate con certe amiche che passano il tempo a tubare con i rispettivi fidanzati. Gli squallidoni che troppo spesso l’avvicinano con delle scuse banali solo per cercare di rimorchiarla e lei deve difendersi da queste attenzioni non richieste e non gradite.

Capisco che Carla è una maestra nello scegliere le parole che raccontino una storia. Perché alla fine se hai bisogno di raccontare per esorcizzare qualcosa che hai dentro, tanto vale farlo in modo che almeno chi ti ascolta si diverta. E se il gioco funziona che senso ha cambiarlo? Solo che non può funzionare per sempre. Non puoi aver sempre voglia di inventare battute. Soprattutto se siamo a dicembre e questo mese, francamente, non lo sopporti proprio.

Capisco che non basterà una pacca sulle spalle e una parola di incoraggiamento.

Non basterà pagare il conto delle birre e accompagnarla a casa.

Non basteranno le rose.

Capisco adesso che non mi sta dicendo che lavorare e non fare sesso è tutto quello che fa (o non fa)

Mi sta dicendo che puoi anche passare la tua giornata in mezzo ad un sacco di gente, puoi anche avere un nugolo di corteggiatori. Ma se poi realizzi che di importante nella tua vita non c’è nessuno… beh, non ha nemmeno senso finire questa frase, tanto si capisce benissimo che conclusioni si possono tirare fuori.
Allungo una mano sopra il tavolo per prendere la sua e in quella stretta vorrei metterci tante cose, francamente troppe per un sola stretta di mano.

Vorrei abbracciarla in mezzo al bar. E non uno di quegli abbracci formali con il culo in fuori per toccarsi il meno possibile. Un abbraccio di quelli veri con tutte le parti del nostro corpo che si toccano, come in certe scene dei film. E che la gente ci guardi e pensi quello che gli pare.

Vorrei pensare che è solo dicembre e lei questo mese non lo sopporta.

Vorrei che Carla non si sentisse sola.

Così sola che bisognerebbe inventare una nuova parola per dirlo.

(Grazie a N.Hornby e Sex and the City)