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Vento in testa (1^ parte)

Quella mattina si era svegliato pensando alla cena.

Indubbiamente prima ancora del bisogno di andare in bagno, della colazione, della giornata lavorativa che lo aspettava e di tante altre cose, si era domandato “cosa mi faccio per cena?”.
Poi in rapida sequenza si era accorto di aver urgente bisogno del bagno e di farsi un caffè.
Aveva quindi diligentemente ciabattato dalla camera al bagno e quindi dal bagno alla cucina. E mentre aspettava che la moka gorgogliasse aveva aperto il congelatore, tirato fuori una generosa costata di quelle con l’osso e l’aveva spostata nel frigorifero: da li a dodici ore sarebbe stata scongelata al punto giusto per essere cucinata alla piastra.
Il resto della giornata lo aveva passato più o meno tutto senza riuscire a concentrarsi su un solo pensiero. Era come se nella sua testa soffiasse un vento capace di spazzarli via prima che si formassero.

Gli sembrava quasi di sentirlo fischiare nelle orecchie.

Di più. Quel vento che soffiava in testa gli causava una sensazione fisica alla bocca dello stomaco. Un po’ come quando sei sulle montagne russe e stai per incominciare un discesa veloce e senti un formicolio alla pancia.
Ecco, era come se da due giorni fosse seduto nel vagone in picchiata sulle montagne russe.
Era così da quando Giulia se n’era andata, anche se naturalmente Giulia non era andata da nessuna parte se non nella sua testa.

Quel venerdì aveva fatto meccanicamente tutta una serie di cose che in realtà avrebbero richiesto molta attenzione: aveva partecipato ad una riunione il cui suo unico apporto era stato un grugnito (gli avevano chiesto se la relazione creditori di fine trimestre fosse pronta. Non lo era nemmeno lontanamente ma si augurava che quel grugnito comunicasse un “certo che è pronta, che domande sono”), poi aveva fatto delle telefonate, riempito caselle di Excel, firmato concessioni di prestiti, aperto altre richieste di prestito e preso tre volte il caffè alla macchinetta del secondo piano.

Poi quando era stato il momento si era messo la giacca e si era avviato all’uscita.

Una delle cose sul suo lavoro che aveva imparato riguardava l’orario di uscita: aveva sperimentato che se scendeva con calma cinque minuti dopo gli altri, andava a finire che usciva dal parcheggio praticamente alla stessa ora. Era molto fiero della sua sperimentazione perché era avvenuta sotto stretto rigore scientifico e la scelta del momento migliore in cui incamminarsi verso l’uscita era frutto di una attenta ed accurata serie di prove che contemplavano la variante invernale (con giaccone o occasionalmente cappotto da allacciare) e quella estiva (più rapida perché al limite c’era solo la giacca da indossare). A volte avrebbe preferito essere fiero per qualcosa di serio.

Guidando verso casa si era chiesto se era il caso di fermarsi al supermercato per comprare una bella birra per accompagnare la costata. Poi si era domandato se oltre alla birra qualche patata arrosto potesse starci bene, anche se non aveva voglia di cucinarsele e le patate arrosto del supermercato lo deludevano sempre: li nella loro vaschetta di cartone sembravano morbide ed appetitose, ma una volta a casa e quindi nel piatto erano invariabilmente stoppose e senza sapore.
Le patate meglio lasciarle perdere.
Avrebbe preso una bella birra e un po’ di insalatina. Poi avrebbe preparato una marinata con olio, qualche spezia, parecchio aglio ed anche una goccia di aceto balsamico che secondo lui dava quel profumo particolare alla carne e che invece secondo i suoi amici serviva solo a far scena quando raccontava la sua ricetta per la marinata. Poi una bella piastra rovente e la costata sarebbe venuta spettacolare.

Passò davanti ad una steak house. Vederla, decidersi di fermarsi e parcheggiare furono un unico gesto.
La verità è che tutto ad un tratto gli era venuto a noia l’idea di cucinare, quella sensazione di caduta libera allo stomaco continuava a farlo sentire inquieto e l’idea di tornare a casa a prepararsi la cena lo privava di energia. Per questo parcheggiò, entrò nel ristorante che serviva solo carne alla griglia e chiese una costata, di quelle con l’osso. L’indomani avrebbe dovuto buttare quella nel frigorifero, ma pazienza.

Seduto al tavolo del ristorante leggeva un libro, così da evitare di rimanere a fissare il vuoto mentre aspettava la sua ordinazione. Avrebbe potuto controllare sul cellulare, i messaggi, facebook e cose di questo genere, ma ci avrebbe messo si e no tre minuti e per tutto il resto del tempo avrebbe dovuto fingere. Il libro era meglio e poi era convinto che gli desse l’aria da intellettuale.
In realtà in quel momento se ne stava fermo a fissare la stessa pagina, con quel vento nella testa che spazzava via i pensieri ma che a tratti si placava per permettergli di ragionare un po’.

Dunque…

Aveva conosciuto Giulia un anno prima al corso LIS. Lui ci era arrivato spinto solo dalla sua curiosità, lei invece per necessità professionale. Oltre a loro c’erano ovviamente altre persone e tutti insieme costituivano un gruppo eterogeneo e male assortito. Comunque a forza di frequentarsi due volte alla settimana avevano finito per diventare quel genere di gruppo che prima delle lezioni va a prendersi una cosa al bar. E avevano finito per fare tutti insieme il primo livello, cui era seguito il secondo ed il terzo livello ed infine il corso per interpreti LIS.

Giulia era li che voleva arrivare, perché era un avvocato e lavorava in uno studio dove il titolare si era messo in testa di fare beneficenza assistendo pro bono i sordomuti nelle cause giudiziarie. Così aveva mandato lei ad imparare il linguaggio dei segni. Lui invece non voleva arrivare da nessuna parte, solo imparare un qualcosa che gli sembrava curioso. Ma poi aveva conosciuto Giulia ed era rimasto.
Non è che ne fosse veramente innamorato, più che altro gli piaceva. Cosa che non gli aveva impedito nel frattempo di invaghirsi di altre due donne, corteggiarle ed immaginare una vita insieme a loro.
Si autodefiniva un corteggiatore discreto, però era così discreto che nessuno, nemmeno le dirette interessate, si accorgeva delle sue intenzioni. Era questa la sua strategia di sopravvivenza alle delusioni amorose: immaginare sempre e non concludere mai. Erano stati necessari anni e anni di due di picche per affinarla.
Con Giulia c’erano state lunghe chiacchierate e confidenze, serate lunghissime passate in qualche bar a parlare delle loro vecchie storie, di film, di libri e di viaggi fatti (soprattutto lei) o solo ipotizzati (soprattutto lui). Una volta erano andati insieme ad una mostra, quella dei corpi umani plastificati e avevano condiviso gli auricolari dell’audioguida.
Poi, per caso, due giorni prima aveva saputo che da qualche mese usciva con uno.

Stavano facendo la pausa di metà lezione, Giulia si era allontanata per rispondere ad una telefonata ed era stato allora che una aveva detto “sarà il suo fidanzato”. “Ma chi, Alberto?” aveva chiesto un’altra. “No, non uno del corso. Li ho incontrati…”
Non aveva capito dove e quando si fossero incontrati. Appena aveva sentito quella frase il vento nella sua testa aveva iniziato a soffiare. E il suo stomaco aveva incominciato la discesa delle montagne russe.

Aveva ripercorso tutto quel pezzo di storia per l’ennesima volta ed ora che la costata era finita, il conto pagato ed era risalito in macchina, si domandava per l’ennesima volta perché ci stesse così male.
Conosceva Giulia da quasi un anno, e nello stesso periodo aveva conosciuto anche Annalisa, una nuova collega che prima di rivelarsi la donna più inutile del pianeta gli era sembrata una ragazza interessante. Non lo era, a meno che non ti interessi il genere gatta morta, senza senso dello humor e con la spiccata tendenza a cambiare argomento senza chiuderne mai uno. Aveva poi saputo che Annalisa aveva un compagno, per cui evidentemente estimatori del genere c’erano. Ad una cena a casa di amici aveva poi conosciuto Camilla e per un paio di settimane si erano più o meno frequentati, sempre che accompagnarla un paio di volte all’ikea e andare a casa sua a montarle i mobili rientrasse nella definizione di frequentarsi. Poi lui aveva fatto delle battute che volevano essere spiritose ma che lei aveva giudicato offensive e da allora non si erano più sentiti.
Insomma, quella che aveva con Giulia non era di certo un relazione monogama. Non era nemmeno una relazione, se è per questo, lo sapeva che era tutto nella sua testa. Anche quando erano andati a vedere quella mostra c’erano un sacco di altre persone: non erano mai stati solo loro due a parte qualche birra in un pub dopo il corso e quelle non facevano testo.
Allora perché si sentiva come se la sua ragazza l’avesse appena lasciato?
Perché lui, come tutte le persone sole, tendeva a romanticizzare qualsiasi incontro. L’aveva sentito in un film e si era convinto che era così.

Aveva guidato per gli ultimi venti minuti pensando a queste cose senza prestare attenzione alla strada e finse di mostrarsi stupito nello scoprire che aveva imboccato l’autostrada ed era uscito allo svincolo di Lomazzo.
Sapeva benissimo perché era arrivato fin li.
Alla rotonda subito dopo lo svincolo iniziava quello che probabilmente era il più grosso mercato del sesso a cielo aperto della zona.
Decine e decine di ragazze erano sparpagliate nello spiazzo vicino alla rotonda e poi lungo tutta la provinciale verso la Svizzera. Un certo numero di macchine stava pigramente passando in rassegna l’offerta, sorpassate di tanto in tanto da altri che non ne erano affatto interessati ma al contrario irritati dai quei rallentamenti.

Non che lui fosse un abituale frequentatore di prostitute. Anni prima aveva voluto provare, ma la cosa lo aveva disgustato. Gli sarebbe piaciuto pensare che a disgustarlo fosse la schiavitù a cui quelle ragazze erano costrette o l’immoralità del sesso in cambio di denaro. Invece a disgustarlo era stato il fatto che di tutto quello che il sesso comprendeva, lui era un profondo e convinto sostenitore dei preliminari tanto che, un po’ scherzando e un po’ no, diceva che a lui sarebbero bastati solo quelli. Con una prostituta i preliminari non erano praticabili, ovviamente, per non parlare della paura di prendersi qualche malattia.
No, non era un tipo da sesso con le prostitute, anche se riconosceva che era per i motivi sbagliati.
Aveva però scoperto che passare in rassegna tutte quelle donne potenzialmente disponibili gli procurava un solletico piacevole e se riusciva a conservare quella sensazione fino a casa, poi poteva sfogare le sue fantasie solitarie.

Non era qualcosa di cui andasse fiero.

Percorse quindi la strada ad una velocità che gli permettesse di guardare bene senza al tempo stesso essere scambiato per un potenziale cliente. Sarebbe arrivato fino alla successiva rotonda, avrebbe fatto inversione e sarebbe tornato a casa.
Fu più o meno a metà di questo percorso che vide Giulia ferma sul ciglio della strada.
Gli ci volle un momento per realizzare quello che aveva appena visto: Giulia, con indosso una minigonna nera cortissima e un giubbino di pelle bianco. Era assieme ad altre due ragazze e quello che stavano facendo era inequivocabile.

Giulia, come era possibile?

Accelerò bruscamente per raggiungere la rotonda e tornare indietro, sarebbe poi dovuto tornare fino alla prima rotonda e fare ancora inversione per rimettersi sul giusto lato della strada e per quanto avesse cercato di fare in fretta qualcuno era passato prima di lui e l’aveva caricata.
Ci vollero altri quattro passaggi prima che riuscisse a ritrovarla, tempo durante il quale aveva guidato furiosamente avanti e indietro tra le due rotonde con in testa una domanda formata da una sola parola.

Giulia?

Al quarto passaggio accostò, abbassò il finestrino attese che si avvicinasse. Poi rimase a fissarla.

“Trenta bocca figa”

Non era Giulia, vista da vicino la somiglianza svaniva quasi completamente.
Il taglio di capelli era molto simile, e anche la forma degli occhi. Ma gli zigomi, il naso, la bocca e la forma del viso erano completamente sbagliati. Anche la pelle non era la stessa. La voce però era particolare. Era dura, ma conteneva una nota strana di morbidezza e paura al tempo stesso.

Non era Giulia.

Era rimasto in silenzio a guardarla per alcuni secondi, con un misto incoerente di sollievo e delusione. Lei aveva interpretato quel silenzio come un tacito assenso, aveva aperto la portiera e si era seduta.
“Vai dritto di la” aveva detto richiudendo la portiera e lui, automaticamente, era ripartito.

Cosa si dice in questi casi? Qualcuno dovrebbe scrivere un libro sui convenevoli tra una prostituta e il suo cliente. Frasi di circostanza da dire mentre si va ad imboscarsi lontani da occhi indiscreti e mentre si ritorna. Probabilmente più che un libro sarebbe un opuscolo di poche pagine, ma con ogni probabilità avrebbe avuto un suo mercato.

“Come ti chiami?” banale, ma di meglio non gli era venuto in mente.
“Roberta. Adesso svolta qua”
“E da dove vieni?”
“Macedonia. In fondo la”
“Quanti anni hai?”
“Venticinque. Ferma.”

Tre domande, tre risposte telegrafiche. Giusto il tempo di percorrere poche centinaia di metri e raggiungere uno spiazzo un po’ isolato dove altre macchine parcheggiate erano occupate da prostitute con i loro clienti.

La guardò ancora.

I capelli erano pettinati come quelli di Giulia, ma anche se dello stesso colore nero non erano altrettanto luminosi. Gli occhi un po’ assomigliavano nella forma e nel colore, ma mentre quelli di Giulia erano aperti e sorridenti, in questi leggevi la durezza di chi è abituata a trattare con gente potenzialmente pericolosa e allo stesso tempo ci leggevi la paura che ad ogni cliente, ad ogni macchina, le cose potessero andare male, anche malissimo.

“I soldi”

Lo aveva detto mentre dalla borsetta tirava fuori un profilattico e un pacchetto di fazzoletti, senza guardarlo in faccia.
Scrutandone il profilo la trovò bellissima, ne guardò il corpo snello, il seno discreto e le gambe lunghe e perfette che spuntavano generose da sotto la gonna cortissima. Emanava un profumo pesante che un po’ lo disturbava e che forse era la somma degli odori della strada e di tutti gli uomini che prima di lui quella sera si erano trovati in quello spiazzo.

“I soldi”

Lo aveva ripetuto con una nota più aggressiva nella voce, questa volta guardandolo in faccia e lui si accorse che era rimasto fermo ad osservarla senza fare un solo movimento.

“Oh certo, scusa – dal portafogli prese una banconota da cinquanta e gliela porse – tieni pure, però facciamo le cose con calma per piacere.”

La voce gli era uscita tremante, con le parole un po’ tronche. Lei aveva preso i soldi e li aveva fatti sparire nelle borsetta, quindi si era appoggiata allo schienale e lo aveva guardato, ma solo per pochi secondi poi aveva indicato i pantaloni.

“Da quanto sei in Italia?” Glielo aveva chiesto perché non sapeva che altro dire.
“Da sei mesi”
“Parli già bene l’italiano”
“Io ho studiato un po’ a scuola, a casa”
“Hai studiato italiano? – c’era parecchia incredulità nella sua voce – e che scuola facevi”
“Scuola per interpreti”
“E da voi si studia italiano?”
“Si, serve molto. Molti italiani da noi, per aprire fabbriche, lavoro. Cose del genere”

Rimase in silenzio un attimo e lei sfruttò quella pausa per mettersi dritta.

“Abbassa lo schienale”

Lui obbedì. Poi lei gli fece cenno di aprirsi i pantaloni, gli mise i preservativo e iniziò a lavorare con la bocca.
Non smise mai per tutti i cinque minuti che furono necessari.

Più tardi, quella stessa sera, sotto la doccia si stava insultando.
Si domandava perché era stato tanto stupido e debole, perché avesse voluto sporcare una cosa bella come il sesso con quel gesto idiota. E mentre si faceva tutte queste domande si strofinava violentemente il pube con la parte ruvida della spugna, come se quell’inutile dolore che si stava infliggendo potesse in qualche modo lavare via quello che aveva fatto e il senso di colpa che lo accompagnava.
Dopo un tempo infinito passato sotto l’acqua decise di uscire, si mise l’accappatoio e si sistemò sul divano davanti al televisore.
Il resto del fine settimana lo trascorse ad ascoltare il vento che gli soffiava in testa ed il senso da picchiata sulle montagne russe alla bocca dello stomaco.

Il lunedì mattina arrivò come una liberazione.

(1 di 4. C0ntinua)

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Dicembre

Carla non sopporta dicembre.

Tanto per incominciare ci sono troppe feste per un solo mese, poi tutta quelle luminarie e tutta quella gente in giro con le borse piene di pacchetti. E fa sempre troppo freddo per i suoi gusti e le giornate si accorciano troppo che se anche preferisci la notte al giorno, non vuol dire che sei contento se alle tre del pomeriggio fa già buio.

Per non parlare dei negozi aperti di domenica.

Sono un crimine contro l’umanità. Tutta quella gente obbligata a lavorare la domenica perché altra gente possa prendersela comoda per fare gli acquisti di Natale, come se le commesse e le cassiere non avessero diritto all’ozio, allo struscio e a comprare regali di Natale.

Carla è fatta così. Prende e attacca a testa bassa le cose che non sopporta, senza mezzi termini. E se poi uno ci resta male, il problema è suo.

“Pensa al figlio piccolo del calzolaio che la domenica vorrebbe andare al parco a giocare, ma il papà gli risponde ‘no tesoro non si può perché c’è in giro un sacco di gente che anziché usare il sabato per fare compere e la domenica per risposare fa il contrario e io non mi riposo il sabato e nemmeno la domenica’. Poi non lamentiamoci se da grande questo bambino si drogherà.”

Cerco di farle notare che il calzolaio ormai è una specie estinta (ne sopravvivono pochi esemplari e sono patrimonio dell’UNESCO) e che in ogni caso la domenica tengono chiuso anche a dicembre, ma questo le da solo la possibilità di scagliarsi contro l’UNESCO e tutti i suoi patrimoni per ragioni che non sono sicuro di aver compreso.

Siamo in un locale che serve buona birra e panini giganteschi. È così che so questa cosa di dicembre: condividendo una birra al bar.

Carla è ironica e divertente e sa far ridere, anche se in un modo in cui chi non la conosce e magari è la prima volta che la incontra a volte ci resta male. Lei detesta le chiacchiere inutili e prive di senso, i commenti sul gossip ed i pettegolezzi. Se hai la sfortuna di portare la discussione su questi argomenti in sua presenza devi prepararti ad essere preso in giro senza pietà.

Mi piacciono queste serate in birreria.

Siamo amici da qualche anno e visto che ad entrambi piace leggere libri e guardare film e serie TV abbiamo trovato un terreno comune sul quale andare d’accordo. Ci piacciamo abbastanza tanto che qualche volta, quando siamo dell’umore giusto e l’occasione lo consente, facciamo finta di essere una coppietta di fidanzati. Anche se ad entrambi il solo pensiero di baciarci sulla bocca ci fa venire da ridere. Non tanto per la solita e ritrita questione della regola dell’amico (che francamente fa un po’ troppo anni novanta e che comunque è stata sdoganata nel nuovo millennio dai trombamici). E’ proprio per il fatto che non riusciamo ad immaginarci in nessun altro modo.

Così di tanto in tanto ci sentiamo e si decide per una serata insieme secondo lo schema consolidato che parte dal film al multisala per concludersi in birreria (ovviamente Carla detesta anche i multisala, ma ha dovuto capitolare per forza di cose).

Questa sera siamo qui dopo aver visto un film del quale sta demolendo la trama senza pietà. E’ la storia di un ragazzino che scopre di avere un potere e allora capisce che tutte le storie che gli ha raccontato il nonno avevano lo scopo di prepararlo al suo destino di salvare altri ragazzini come lui.

“Ma dai… è Harry Potter che incontra gli X-Men in salsa fantasy”

Lo dice con il tono di quando si sta preparando a demolire le cose che a me sono piaciute.
“C’è il ragazzetto bellino-ma-sfigato che scopre di avere dei poteri, c’è il nonno che è come dire Silente, c’è la casa dove si nascondono i ragazzi con i super poteri e c’è anche Xavier in versione pari opportunità. E somma massima di tutte le cose già viste… i ragazzi vivono da decenni in un allegro giorno della marmotta! Ad un certo punto pensavo sarebbe spuntato Bill Murray!!! Ma dai… che film è?”

“Un film fantasy per farti passare due orette scarse senza pensare a niente?”

“Si, però potevano anche essere un po’ più originali no?”

A me il film non è piaciuto tantissimo, diciamo che gli do la sufficienza ma niente più. Però questo è il nostro gioco e lei si sta divertendo, per cui le do corda.

“Beh, lei che fuma la pipa non è male”

“Già… ha anche un bel potere… può fermare il tempo e trasformarsi in uccello”

Dice “uccello” con un’inflessione nella voce che allude a volgarità a sfondo sessuale, ma la curva delle labbra e degli occhi è passata da su a giù così in fretta che, per un attimo, mi chiedo come abbia fatto a non aggrovigliarsi i muscoli.

“Dev’essere bello poter fermare il tempo su un giorno perfetto e poi aprire le ali e volare via. Potresti vedere le cose dall’alto e sbattertene le palle di tutto”.

“…”

“A volte mi piacerebbe sai?”

“…”

“Ormai a parte lavorare non faccio altro. E soprattutto non faccio sesso. Fai un po’ te….”

La nostra forzosa e prolungata astinenza sessuale è stata oggetto di innumerevoli battute, volgari giochi di parole e ipotesi su negozi e servizi che potessero aiutarci ad interrompere il digiuno. Ma se guardando me si fa presto a capire come sia possibile che non batta chiodo da tempo immemore, per Carla la questione è diversa. Insomma, Carla è una gran bella donna e la parte interessante è che non si deve nemmeno impegnare per esserlo. È talmente bella che ti verrebbe da pensare che il suo fidanzato è un tipo di quelli che lavorano ai piani alti di qualche multinazionale. Invece non riesce a trovare un uomo che le vada bene. Uno c’era stato anni fa, prima che ci conoscessimo. Ma era uno che passava tutto il tempo a criticarla per ogni cosa fino a quando lei ha capito quanto questo la facesse stare male e se n’è andata. Ma andandosene aveva lasciato indietro tante cose di se tra cui la sua fiducia nel genere maschile.

Ma qui le nostre rispettive storie sentimentali non c’entrano per niente (anche se sono quelle che stanno determinando la nostra penuria di attività sessuale) perché stiamo parlando di un film fantasy. Però se passi da la (il film) a qua (non faccio sesso) senza che in mezzo ci sia un collegamento, allora vuol dire che stai per vomitare qualche rospo. Allora vuol dire che devo pensare a quali possano essere i suoi rospi.

Cosa so di Carla? Che vorrebbe un figlio e che ha avuto una lunga storia con uno che la trattava male e che poi ha lasciato. Che da allora ha scaricato sistematicamente tutti i suoi spasimanti senza dar loro una sola possibilità. Che nonostante questo continua a desiderare un figlio, ma anche una famiglia, un marito e i pranzi domenicali dai suoceri. Che Carla non è mai stata una che si butta via, vuole il grande amore e lo vuole senza sconti.

Ok, so queste cose. Possono aiutarmi ad andare avanti con il discorso?

Mentre mi dice che la sua vita si riassume tutta in lavorare e non fare sesso io sto bevendo un sorso di birra e la guardo da sopra il bordo del bicchiere, per cui va a finire che per un po’ ci guardiamo negli occhi. So benissimo che non mi sta proponendo di risolvere quel particolare aspetto della sua vita per via del fatto che siamo amici, lei cerca il grande amore eccetera, ma un po’ di imbarazzo me lo mette lo stesso e finisco per appoggiare il bicchiere con una attenzione eccessiva, per cui va a finire che quello che voleva essere un gesto per dissimulare l’imbarazzo diventa una specie di riflettore che lo illumina e lo mette al centro della scena.

Alla fine mi salva un bengalese che si avvicina al tavolo con il suo mazzo di rose.

Lei non può vederlo perché arriva alle sue spalle, ma io si e mi metto subito una mano sul portafogli e lo faccio avvicinare (il che, per inciso, comporta dei movimenti poco eleganti per cui sembra che mi stia grattando il sedere). Vorrei comprare una rosa e dargli 5 euro ma va a finire che della mia banconota da venti se ne tiene la metà e mette sul tavolo un numero imprecisato di rose mentre si lancia in una complicata e lunghissima spiegazione circa la misura a cui bisogna tagliare il gambo per farle durare più a lungo.

Se ne va dopo quelli che sembrano secoli e noi rimaniamo li a cercare di riprendere il filo del discorso che stavamo facendo. Ma almeno il mio imbarazzo è passato.

Carla giocherella un po’ con le rose e poi attacca un discorso che le ho già sentito fare altre volte.
Si domanda come abbia fatto a prendere la sua vita e combinare tutto il casino che ha combinato, perché è vero che ha studiato tanto, si è laureata con lode e ha trovato il lavoro che desiderava. Solo che il lavoro che desiderava ha scoperto che non le piace affatto e non le piacciono i colleghi e lei non piace a nessuno di loro. Ed è vero che ha una casa, entrambi i genitori ancora vivi (e ancora morbosamente innamorati l’uno dell’altra) ed economicamente non se la passa male, ma che senso ha avere i soldi per andare in ferie se poi… si ferma di botto.

In realtà no, non è proprio così mi dice. Ha pasticciato un po’ con i conti e spende sistematicamente più di quello che può. Per dirla tutta si è indebitata con una finanziaria e anche volendo in vacanza non ci può andare.

E non parliamo della casa. Non è ancora un porcile ma incomincia ad assomigliargli molto perché quando torna a casa la sera non ha più voglia di fare niente e la cena la compra in rosticceria. Il sabato e la domenica li passa a guardare la televisione e anche le poche amiche che conosce ormai non le vede più da una vita e alla fine che senso ha uscire con loro la sera per andare in posti che amplificano il suo senso di solitudine e tutte hanno il ragazzo e lei che cosa ci fa li da sola?

Dice tutte queste cose di fila, quasi senza respirare, ma soprattutto lo fa in tono piatto e monotono.
Le ho sempre sentito raccontare le sue disavventure con ironia e leggerezza, ma questa sera no.

Bisognerebbe essere incredibilmente stupidi per non accorgersi che ogni parola pesa un quintale.

E bisognerebbe essere incredibilmente stupidi per non capire che in questo momento lei vuole solo essere ascoltata.

Invece a me, stupidamente, entra in testa l’immagine di rospi che escono dalla sua bocca e mi fisso a pensare se è più sensato immaginare uno sciame di rospi piccoli come api che quasi fossero un liquido colano lungo il tavolino, oppure è meglio un solo rospo ma enorme, tipo un labrador, che resta li sonnolento e un po’ minaccioso sul tavolino tra noi due.

Permetto a questa immagini assurde di riempirmi la testa perché è tutto sbagliato, sballato, deviato, impazzito.

La mia amica Carla è una incasinata ma è anche una tosta.

E’ la ragazza con la quale passo serate divertenti.

Questa cosa non me l’aspettavo, o magari non volevo aspettarmela perché, a ben guardare, i segnali c’erano tutti. Perché sta parlando ancora e mi racconta cose che in fondo avevo già sentito. Solo che prima le raccontava facendomi ridere e questa sera no.

Così devo fare uno sforzo per concentrarmi e quando riesco a togliermi i rospi da davanti gli occhi, lei sta ancora parlando, ma ho perso il filo del discorso e mi rendo conto che non sono in grado di dire cosa penso.

Si ferma un momento, e provo a dire qualcosa, ma sono confuso, balbetto e non trovo le parole.

Però questo la fa ridere e allora penso che se può servire a farla star meglio sono disposto a balbettare parole confuse per tutta la serata. O anche per tutta la settimana se serve. Ma è lei che mi ferma.

“Sai cosa non ho mai sopportato di te?”

(Il mio lavoro? Il mio modo di vestire? I miei gusti musicali? C’è n’è a vagonate di cose che non sopporta di me e ci abbiamo sempre scherzato sopra. Dai Carla, fammi una battuta delle tue, prendimi in giro. Ridiamo.)

“Il fatto che a volte sei capace di estraniarti con la testa e pensare ad altro, anche se chi ti parla è li di fronte a te.”

(Merda, mi ha beccato)

“Ho visto che con la testa eri altrove un momento fa. Mentre ti parlavo ho visto che ti eri perso da qualche parte. Stavi scappando perché da me non ti aspettavi questo. Noi non abbiamo quel tipo di rapporto”

(Vero: Carla ed io si parla di libri, film e serie TV e delle cose ridicole che le capitano, mai dei nostri guai.)

“Scusami. Non volevo. Mi è un po’ scappato via.”

(Ma le cose ridicole che di solito mi racconta sono le stesse che mi ha detto questa sera.)

“Però sono curiosa. Dov’eri scappato?”

Le dico del rospo (perché alla fine ho pensato che il rospo-labrador fosse più appropriato) e del fatto che in effetti no, non mi aspettavo tutte quelle cose. E che mi sento una merda per essermi distratto.

“Facciamo finta che non ti ho mai detto niente, va bene?”

“Che cos’hai, una di quelle pistole dei Man in Black per cancellarmi la memoria?”

“Erano penne, tonto. E comunque no, non ce l’ho”

Muove le mani a mezz’aria come per accarezzare un immaginario, gigantesco rospo.

“Gli diamo un nome o lo facciamo in padella? Se lo dobbiamo cucinare allora voglio chef Cracco”

“Lo vuoi perché è bravo o perché è figo?”

“Figo lui? Ma dai… con quell’aria da finto bohemienne”

Gli angoli della bocca e degli occhi non erano tornati all’insù ma adesso erano più o meno orizzontali. E questa battuta sul rospo e Cracco con l’aria da finto bohemienne (qualsiasi cosa significhi) mi ha fatto capire qualcosa che fino a quel momento avevo ignorato.

Si può rendere ridicolo un dramma? Carla ci è riuscita benissimo per anni, ridicolizzando i compleanni passati a spegnere le candeline in faccia al gatto, le piccole ripicche delle colleghe che vanno a pranzo ma non la chiamano, certe serate con certe amiche che passano il tempo a tubare con i rispettivi fidanzati. Gli squallidoni che troppo spesso l’avvicinano con delle scuse banali solo per cercare di rimorchiarla e lei deve difendersi da queste attenzioni non richieste e non gradite.

Capisco che Carla è una maestra nello scegliere le parole che raccontino una storia. Perché alla fine se hai bisogno di raccontare per esorcizzare qualcosa che hai dentro, tanto vale farlo in modo che almeno chi ti ascolta si diverta. E se il gioco funziona che senso ha cambiarlo? Solo che non può funzionare per sempre. Non puoi aver sempre voglia di inventare battute. Soprattutto se siamo a dicembre e questo mese, francamente, non lo sopporti proprio.

Capisco che non basterà una pacca sulle spalle e una parola di incoraggiamento.

Non basterà pagare il conto delle birre e accompagnarla a casa.

Non basteranno le rose.

Capisco adesso che non mi sta dicendo che lavorare e non fare sesso è tutto quello che fa (o non fa)

Mi sta dicendo che puoi anche passare la tua giornata in mezzo ad un sacco di gente, puoi anche avere un nugolo di corteggiatori. Ma se poi realizzi che di importante nella tua vita non c’è nessuno… beh, non ha nemmeno senso finire questa frase, tanto si capisce benissimo che conclusioni si possono tirare fuori.
Allungo una mano sopra il tavolo per prendere la sua e in quella stretta vorrei metterci tante cose, francamente troppe per un sola stretta di mano.

Vorrei abbracciarla in mezzo al bar. E non uno di quegli abbracci formali con il culo in fuori per toccarsi il meno possibile. Un abbraccio di quelli veri con tutte le parti del nostro corpo che si toccano, come in certe scene dei film. E che la gente ci guardi e pensi quello che gli pare.

Vorrei pensare che è solo dicembre e lei questo mese non lo sopporta.

Vorrei che Carla non si sentisse sola.

Così sola che bisognerebbe inventare una nuova parola per dirlo.

(Grazie a N.Hornby e Sex and the City)